Mio nonno era il custode di uno stadio comunale con la pista di atletica tutt’attorno, io li ho imparato ad andare in bicicletta. Su quell’ovale ho trascorso giornate intere col solo scopo di riuscire a stare in equilibrio senza le rotelle mentre tutti i miei cugini, anche più giovani di me, sfrecciavano già con bici da grandi. Il coraggio non ce l’ho mai avuto ed è solo grazie all’insistenza di mio padre che, un bel giorno, fui costretto a tentare di stare diritto senza le rassicuranti rotelle. Ricordo che impiegai un’infinità di tempo e abbondanti lacrime.

Non l’avrei mai detto che dopo quell’imbarazzante debutto avrei fatto, un giorno, il giro del mondo in sella ad una bicicletta. 

Il percorso per arrivare fino ai giorni nostri è un complicato puzzle d’incontri e fortunate casualità ma voglio cercare di spiegare molto in sintesi come un perfetto non sportivo, codardo e sprovveduto abbia potuto ribaltare le brutte carte che il destino gli aveva dato.

Dai lontani giorni in cui ho difficilmente domato la fisica e carpito i segreti dell’equilibrio la bicicletta l’ho usata davvero sporadicamente fino all’età del motorino. Da allora in poi è rimasta in garage etichettata come oggetto inutile. 

Intanto gli anni passavano e io diventavo sempre meno sportivo e non brillavo certo per intraprendenza ne fantasia. Mi ero sistemato in un bell’ufficio a progettare congegni meccanici gongolandomi sulla mia bella posizione lavorativa consapevole che non sarebbe mai più cambiata fino alla pensione. I miei sogni spaziavano da una bella auto a rate sopra le mie possibilità e a qualche memorabile sabato sera con gli amici. 

Destino ha voluto che le finestre dell’ufficio si affacciassero proprio sul novo cimitero del paese. Da prima non ci faci caso ma spesso il mio sguardo, perso nel vuoto alla ricerca dell’ispirazione creativa giusta, veniva attirato dalle processioni funebri che accompagnavano il caro estinto al camposanto. Col passare del tempo queste s’intensificarono e inevitabilmente divenni un’involontario assiduo spettatore della cerimonia del fine vita. Le leggere riflessioni sul fatto che prima o dopo capita a tutti furono ben presto spazzate via da una attanagliante angoscia che mi portava via il sonno. “Ma Cristo Santo!!! Un giorno morirò!!! Un giorno tutto questo finirà!!  Qual’è il senso di tutto questo?”ricordo che ho sofferto anche di crisi di panico. L’ansia mi assalì, rividi tutta la mia vita fino a quei giorni e c’era molto poco da esserne orgoglio. Il pensiero di  passare la mia esistenza in quell’ufficio per poi, un giorno, andare dall’altra parte della strada come tutti quelli ai quali avevo fatto da silenzioso spettatore mi raggelava il sangue. Tra la mia finestra e il cimitero ci saranno stati 100m…la vita non può essere così breve! 

Ricordo quella folgorazione d’immenso che ho avuto seduto sullo spigolo della tavola da pranzo a casa dei miei, osservavo la tv spenta e un pensiero limpido mi balenò per la mente. Dovevo fare aumentare il più possibile la distanza tra ora e il giorno della mia morte. Quei 100m li erano troppo pochi, dovevo metterci dentro di tutto, esperienza, incontri, amori e anche dolori…devo vivere a più non posso. Solo così non mi avrebbe più assalito il panico quando avrei pensato alla morte.

Risultato? Il giorno seguente ho dato le dimissioni e sono partito per il Messico a più di 10.000km da quel cimitero al di la della strada.

Questo a grandi linee è il motivo per cui ho incominciato a viaggiare, semplicemente per vivere più intensamente i giorni che  mi restano.

Da questa vita da viaggiatore zaino in spalla a quella di nomade con la bici il passaggio è stato per me estremamente naturale.

Sempre per caso mi sono avvicinato all’alpinismo e a piccoli passi ho cominciato a scalare montagne in giro per il mondo. Questa cosa di faticare tanto per raggiungere luoghi accessibili a pochi mi entusiasmava, spostare la mia casa (tenda, viveri e attrezzatura) su per quegli alti costoni mi sembrava qualcosa di infinitamente più sensato che trascorrere le giornate in ufficio. Scoprire le bellezze del pianeta contando solo sulle proprie forze e determinazione mi dava la sensazione di meritarmi tutto quello che stavo vivendo e la consapevolezza di sentirmi vivo non aveva prezzo. 

Avevo però ora bisogno di una variante piuttosto significativa.

Una delle cose più affascinati che si fanno viaggiando è conoscere altre persone e le loro diverse culture, la montagna mi limitava un po sotto questo aspetto.

Durante le spedizioni conoscevo alcuni alpinisti ai campi base in un contesto decisamente occidentale ma della vera gente di quei luoghi e le loro storie poco niente.

Desideravo incontrare le persone, vedere come vivevano, capire cosa pensavano, dovevo viaggiare a raso terra.

Da li il passo è stato breve; il desiderio di continuare a sudarmi il bello del mondo e incontrare le persone che lo popolano ha trovato matrimonio inforcando una bicicletta.

Quasi per scherzo sono partito per l’Asia in sella ad una scassatissima bici da donna e imbarazzantemente poco preparato. Nessun tipo di allenamento fisico, nessuna conoscenza meccanica e tecnica di questo mio nuovo mezzo e soprattutto sottovalutavo enormemente cosa volesse dire viaggiare in assoluta autonomia. 

In quei 8000km ho inveito contro divinità di cui non sapevo nemmeno l’esistenza, ho rotto la bicicletta decine di volte e sono stato vittima di numerosi infortuni fisici a causa di poca prudenza. Sarebbe potuta andare meglio ma ho indissolubilmente compreso questa nuova vita che mi accingevo a cominciare. 

Quando si viaggia lo si fa per arrivare da qualche parte, quando si prende la macchina, l’aereo o il treno si ha una destinazione ben precisa. Con la bici la destinazione è solo il prossimo luogo dove montare la tenda o il prossimo piccolo villaggio dove fare rifornimento, poi si preme pausa e la mattina dopo si incomincia un’altra volta. La meta è troppo lontana per farci caso, giorno per giorno ci si muove e s’incontrano persone e situazioni belle e a volte brutte ma l’attimo è sempre talmente intenso che la meta svanisce e si vive al cento per cento il presente.

Il punto è essere qui ora, non arrivare da qualche altra parte oltre l’orizzonte.

Non ho modo di quantificare l’immensa fatica e le lacrime che ho dovuto versare in sella alla mia bici fino ad oggi ma sono assolutamente  convinto che ne sia valsa la pena. 

E’ una strana sensazione quella che ho addosso da un po di anni, mi sembra di aver vinto la lotteria senza mai avere comperato il biglietto.

L’uomo è predisposto a vivere secondo precetti culturali e familiari che segnano delle strade che, bene o male, noi tutti stiamo inconsapevolmente percorrendo. Molti credono che esistano solo quelle ma c’è una parte che ha deciso di tracciarsi una rotta tutta nuova e, soprattutto, non nota. Queste persone hanno abbracciato l’ignoto come futuro, certi che la via da seguire si possa intuire giorno per giorno. Li chiamano sognatori e credo di essere uno di loro anch’io. Non è importante verso dove si sta’ andando ne come, non importa se si parte per l’Africa nera o per il boschetto dietro a casa, il viaggiatore ricerca la purezza negli incontri e la magica casualità degli eventi e questo può avvenire ovunque, a patto che la mente sia pronta per riconoscerli.  Ci si sente davvero in viaggio quando questo momentaneo tempo di sospensione dalla vita di tutti i giorni si alimenta delle singole esperienze che in esso nascono e che ti fanno andare in direzioni impossibili da prevedere. L’assoluta irripetibilità degli eventi che accadono li rende indissolubili . Viaggiando si ha come l’impressione che la vita si rigeneri tutte le volte che si verifica un incontro particolare o si viene abbagliati da un paesaggio incredibile. Sono queste folgorazioni d’immenso che ti danno la percezione che il tempo goduto fino all’ultimo renda l’esistenza talmente piena da farla sembrare infinita.