IL MIGLIOR POSTO DOVE ESSERE DERUBATI

Racconto tratto dal viaggio Addis Abbaba – Cape Town pubblicato il 24/01/2014 Nkhata bay, Malawi

All’intravedere il lago dalla cima delle colline della Tanzania il nostro entusiasmo sale al massimo, a capofitto ci precipitiamo giù per la discesa e non vediamo l’ora di essere nel tanto sospirato Malawi. Alla frontiera non devo nemmeno pagare per il visto come in tutti gli altri paesi  e, un sorriso strappato alla bella e tenebrosa doganiera, mi riempie di aspettative positive per i prossimi giorni. Appena passato il fiume che demarca il confine, puff! scompaiono le macchine, non ci sono più camion. Un sacco di gente che va avanti e indietro a piede e una moltitudine di biciclette. Wow! E’ il posto perfetto per la bici, forse è il posto di cui avevamo bisogno. Per la strada tutti gentilissimi, sorrisi, pollici alzati e qualche bambino che urla il solito “Mzunghu” (uomo bianco). Costeggiamo il lago Malawi per qualche giorno assaporando un po di meritato relax lungo le sabbiose spiagge. La nostra meta però è più a sud e ci muoviamo con calma ma non troppa, dovremo cambiare le catene delle bici, riparare le borse bucate e un sacco di altre cose che richiederanno qualche giorno di bici in cavalletto. Per questo cerchiamo la spiaggia giusta. Scavalchiamo alte colline e godiamo della splendida vista, dell’ottimo cibo e della compagnia di sta bella gente sempre disponibile e gentile.04-malawy

Senza eccessive fatiche scendiamo dalle colline e finalmente arriviamo a Nkhata Bay, la nostra meta per i prossimi giorni. Già l’arrivo non è dei migliori, discutiamo inutilmente come due bambini su qual’è il posto migliore dove stare e questa tensione nell’aria tra di noi non ci da il ben venuto. Optiamo per un campeggio che ci richiede l’ultima ripida salita e alla fine riusciamo a piantare la tenda proprio a ridosso delle lievi onde del lago. Ci riappacifichiamo come due innamorati quali siamo seduti sulle rocce vista lago e scendiamo in paese per una meritata cena ma ne’ abbondante ne’ saporita, per fortuna a poco prezzo. Risaliamo la ripida salita e ci rilassiamo un po, leghiamo le bici e ci facciamo un paio di birrette nel bar del campeggio. Al ritorno non ci posso credere, tenda aperta e telo strappato…merda! subito penso alle scimmie e al cibo magari lasciato dentro…invece no! non ci sono più le borse di Federica né le due borse frontali con le macchine fotografiche, GPS e tutto il resto. In questi casi l’incredulità è il primo sentimento che sfiora il cervello, seguito da rabbia e poco dopo dalla disperazione. Cazzo ci hanno fregato tutto. Federica sbotta di brutto, ha perso anche le mutande e sopratutto il suo computer con tutte le foto di questo viaggio e di tutti gli altri. Merda merda merda!…una miriade di pensieri cominciano a passare per la testa, e non riesco a focalizzarne uno per agire e fare qualcosa. Chiamo i guardiani li in giro che allarmano altri e tutti ci mettiamo a cercare sulla spiaggia nel caso i ladri si fossero sbarazzati della refurtiva senza valore. Inebetito mi perdo a cercare tra l’erba alta a ogni tanto torno da Federica per tentare di dirle qualcosa per rasserenarla. Sfido chiunque a farsi venire in mente un pensiero sensato da dire in situazioni come questa. Da li a poco arriva Alice, la proprietaria del posto che rimane scioccata e dispiaciuta quasi quanto noi. Raduna i suoi lavoranti e li sparpaglia in giro per cercare meglio, i ladri non possono essere andati lontani. L’unica cosa che ci resta da fare è andare alla polizia a denunciare l’accaduto. Seguiamo Alice su per la collina al suo scassato pick-up. Prendiamo una lunga rincorsa per riuscire a saltare in strada e nel fare retromarcia un sacco di gente del posto salta sul cassone e c’accompagna dalla polizia. A quanto pare questa è una cosa che non succede tanto spesso visto il grande movimento di gente appena la notizia inizia a girare.  Arrivati  dalla polizia chiedo ai ragazzi della nostra scorta che, se avessero mai notizie di dove possa essere finita la nostra roba, noi saremo disponibilissimi a ricomprarcela al mercato nero senza che la polizia sappia niente. Sembra che la cosa non sia tanto una sparata visto come diventano operativi subito.  Davanti ad un poliziotto in tenuta bianca scriviamo su un foglio la lista delle cose che ci hanno rubato e ad ogni voce aggiunta un colpo al cuore. Le due macchine fotografiche, tutti gli obiettivi, il computer, giacche in gorotex e tutto per la bici. A lista stilata il maltolto ammonta a un bel po di migliaia di euro. Alice scrive per me la deposizione visto che se ci provo io col mio inglese rimaniamo qui fino all’alba. Ci spiegano come opereranno: alcuni setacceranno la spiaggia della baia mentre altri metteranno dei posti di blocco sulla strada che va a sud e su quella che va a nord. Il pericolo da scongiurare e che il ladro tenti di raggiungere la città di Mzuzu  per tentare di rivendere la refurtiva. Alice ci riaccompagna al campeggio e sta volta un poliziotto viene con noi per analizzare la scena del crimine. Un classico, sono venuti dal lago in barca e hanno preso le prime cose che li sono capitate per mano. Ci spostiamo in un bungalow e trasciniamo in fretta e furia le nostre cose e ciò che rimane della tenda. Ma perche c’è successo questo? come è stato possibile? Mille sono le domande a cui è impossibile dare una risposta. Ci consoliamo immaginando come un ladro in questo piccolo villaggio possa ricavare qualcosa da tutto quel ben di dio che ha portato via. Ci sono rimasti tutti i caricabatterie e quindi macchine fotografiche, computer ecc. sono difficili da piazzare. Le borse impermeabili le avranno gettate e magari anche i vestiti che forse domani mattina troveremo sulla spiaggia trasportati dalle onde. Pensiamo a ogni ipotesi, anche di prendere un autobus e andare in città a Mzuzu facendo finta di cercare una macchina fotografica da comperare al mercato nero sperando che ci capiti per mano la nostra. Una volta analizzato anche la più cretina delle ipotesi iniziamo a pensare a cosa fare adesso. Torniamo a casa? continuiamo? e se si, come facciamo ad avere tutto quello che ci serve per tornare a pedalare? Subito penso all’irrinunciabile supporto di mio padre che a tal notizia avrebbe mosso mari e monti per spedirci il nuovo materiale. L’intera notte la passo pensando a chi chiedere per mettere insieme tutto quanto e poi farmelo spedire fino qua giù in Africa.02-malawy

Al mattino ci trasciniamo a fare colazione sulla lunga tavolata del campeggio e tutti gli ospiti e, sopratutto il personale, ci accolgono in un abbraccio di supporto.  Una cosa così non succedeva da un sacco di tempo e sono tutti immensamente dispiaciuti. Parliamo con lo staff su cosa possiamo fare e ci danno pieno supporto per il tempo che necessiteremo per rimetterci in moto e ripartire. Possiamo stare nel bungalow e far spedire qui la roba dall’Italia. Con Federica ci mettiamo a stilare la stessa lista fatta ieri sera al commissariato ma con affianco il modo più economico e rapido per recuperare il maltolto. Il nome  di  molti miei amici è accanto ad ogni cosa che ci serve, adesso non mi resta altro che contattarli tutti e vedere se sono disponibili a prestarci braghe, guanti, scarpe e maglie per ripartire. La cosa più complicata da recuperare ci sembrano le lenti a contatto della Fong che devono essere ordinate con qualche bel giorno di anticipo. Studiamo anche le clausole della nostra assicurazione per vedere se salta fuori qualche euro in più. Prima che ci sia servita la colazione arriva un folto gruppo di uomini in camicia elegante, sono tutti poliziotti e vogliono parlare con noi. Seduti in cerchio vogliono sapere cos’è accaduto nei dettagli. Ostrega! adesso ci sembra davvero una roba seria. Il capo ci rassicura e ci spiega ancora una volta come stanno operando e si congeda dicendoci che in casi come questi abbiamo il 50% di probabilità di ritrovare la refurtiva. A noi ci sembra un po troppo ottimista ma ci fa ben sperare.07-malawy

Torniamo ai piani per recuperare tutto e siamo anche in grado di farci tornare un timido sorriso. Ora devo solo trovare il modo migliore e più indolore che mai di dare la notizia a casa, sono però sicuro che mio padre si divertirà in tutta questa operazione di recupero materiale. Appena questo unico pensiero positivo svanisce sento urlare Alice, “hanno trovato la vostra roba, hanno trovato la vostra roba” salta, è più contenta di noi. Il ragazzo che ha preso la telefonata dalla polizia ci dice che hanno trovato qualcosa e che dobbiamo andare a riconoscere la refurtiva. Durante il viaggio in pick-up rivalutiamo il nostro entusiasmo e a questo punto ci basterebbero le borse e qualche altra cosa davvero indispensabile come i pantaloncini. Appena scesi uno ci fa cenno di seguirlo dentro una stanzino di cui la porta si apre a malapena da quanta gente c’è dentro. Un grossa valigia rosa è sopra un tavolo, lenzuola e vestiti d’ogni genere trasbordano ma sotto a tutto questo vedo il giallo inconfondibile delle scarpe di Federica. Non lo scorderò mai! sembrava di scartare i regali di natale, un poliziotto vede spuntare la fibbia della mia Cannon “che ne dici di questa?” La nostra gioia è incontenibile, accendo la macchina per vedere se va ancora e scatto mentre Federica prende in mano il suo prezioso computer incredula.06-malawy

La stanza è troppo piccola, ci invitano ad uscire e a mettere tutto per terra. Spostiamo maglioni, vecchie scarpe e saltano fuori i miei occhiali, il GPS, la macchinetta di Federica e tutti gli obiettivi. Tutti i suoi vestiti e persino le lenti sono stati ritrovati. Una cosa incredibile, la nostra felicità contagia l’intero corpo di polizia o forse è la loro soddisfazione a contagiare noi. Ricontrolliamo la lista della sera prima, mancano solo le due borse davanti,il mio Mp3, una cassa per ascoltare la musica e il conta chilometri comperato in Kenya che non mi era mai stato simpatico. Ci congediamo e corriamo a casa, per strada diamo la lieta notizia…tutti avevano saputo della nostra sventura della notte prima e ora sono compiaciuti per il lieto fine. Appena arrivati al campeggio tutto lo staff si distende in una risata liberatoria e finalmente l’aria di tensione che si respirava svanisce in un istante. Mamma che gioia. Sta storia ha dell’incedibile. Praticamente il ladro aveva sotterrato la grossa valigia con la nostra roba nel giardino di casa ma la polizia, insospettita dell’inusuale scavo ancora fresco, aveva ritrovato tutto a colpo sicuro.01-malawy

Scendiamo al villaggio felici come non mai, per festeggiare mi faccio tagliare la barba e ci fermiamo a cenare in un ristorante con dell’ottimo cibo locale e birrette. In paese tutti sanno cosa è successo e che abbiamo trovato la refurtiva, sanno anche che la moglie del ladro è in carcere e che sono tutti sulle sue tracce. Gli abitanti della baia sono entusiasti del ritrovamento, sconosciuti ci fermano e si scusano per non essere riusciti a catturarlo, altri giurano vendetta se gli passa per le mani. Una solidarietà incredibile. Una piccola comunità così unita e onesta da farci sentire a casa e anche un poco commossi. Praticamente la notte prima la polizia aveva allertato un po tutti e ascoltato chi aveva visto o sentito qualcosa. E’ stato un massiccio lavoro di gruppo per aiutare due stranieri mai visti prima e non infangare la reputazione di questo magnifico posto. Ora abbiamo le nostre cose e siamo fiduciosi di riuscire a trovare anche le due borse davanti che in caso contrario compreremo su internet e ce le faremo spedire strada facendo. Alice è stata fantastica, ci ha accompagnato avanti ed indietro dal commissariato, triste e distrutta come noi la notte scorsa, e riaccompagnato felice ed entusiasta come una pasqua questa mattina. Visto come sono andate a finire le cose mi sento di dire che forse sta storia è un bene che ci sia successa. Abbiamo condiviso gioie e dolori con la gente del posto, sentito apprensione nei nostri confronti da perte di perfetti sconosciuti e gioito insieme ad un villaggio intero per il lieto fine.

Questa è l’Africa e la sua gente.

SOPRAVISSUTO

Racconto tratto dal diario del viaggio in Tibet

pubblicato il  15/09/2007

I primi giorni dopo che ho lasciato Khasgar sono scivolati lisci sull’asfalto e fra decine di villaggi uiguri (l’etnia che popola la regione dello Xinjiang), l’unico inconveniente è stata la tenda difettosa a cui mancavano fondamentali cuciture che ho rimediato da un esperto sarto del posto. Il mio primo pensiero è stato quello di eludere i posti di blocco lungo la strada e, per fare ciò ho passato due grossi villaggi al mattino presto col buio mentre tutti dormivano, non considerando il fatto che da qui in poi avrei trovato pochissimi altri luoghi dove poter comperare del cibo. La strada asfaltata è finita dopo tre giorni per lasciare il posto a un’orrenda pista tutta buche e sassi tanto da dover pedalare anche in discesa. Ed ecco le salite; giornate intere alla velocità minima consentita dal principio fisico per cui la bici rimanga in equilibrio. 

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Tremila, quattromila metri. Il respiro diventa sempre più affannoso e la fatica insopportabile. Mi fermo ogni duecento metri, un po’ spingo la bici e un po’ prendo lunghe pause. Sento il sangue denso come miele scorrere nelle tempie pulsanti e la testa mi comincia a fare un male cane, lo so è l’altitudine e spero che perdendo quota le cose miglioreranno. Arrivo stremato una sera in un villaggio di tre baracche che si chiama Mazzar, a quota 4300m, oggi ho valicato il mio primo passo sopra i cinquemila metri dopo una settimana passata sui pedali, finalmente mangio un po’ di riso e dormo per terra ma al caldo. Gentilmente mi vendono un po’ di viveri e riparto verso il Tibet. La strada è in condizioni sempre più pietose, le vesciche sul sedere mi obbligano a fermarmi spesso; davanti a me l’imponente catena del Karakoram mi sovrasta mentre io percorro il fondo di una delle sue vallate più profonde. Adesso incominciamo a fare i seri e ci si alza notevolmente, sono partito in pantaloncini corti, adesso pedalo col piumone a -15°C  finché non spunta il sole da dietro l’Himalaya. Mi sento acclimatato per bene, oramai sono dieci giorni che sono quassù e ho superato numerose volte passi a cinquemila metri, la fatica pero’ è sempre la stessa e ci si mette anche il clima a farmi impazzire. Tutte le sere, intorno alle sei, si alza un vento micidiale e si mette a nevicare, pedalare diventa impossibile e ancor di più cercare di montare la tenda, l’unica è aspettare rannicchiato sotto la bici che si calmi un po’ la tormenta e sperare che succeda prima che cali il sole, perché muoversi qui di notte è un suicidio. L’acqua congela nelle bottiglie che tengo dentro alla tenda, il cibo comincia a scarseggiare e troppi villaggi, che nelle mappe dovrebbero esserci, l’incontro in macerie.

sopravissuto-04Comincio davvero a preoccuparmi e le tempeste di neve alla notte non mi rassicurano per niente, pero’ svegliarsi al mattino e vedere tutto innevato e segnare per primo la lunga spianata, che dovrebbe essere la strada, non ha prezzo. Incontro da giorni solo qualche camionista che mi sorride dall’alto della cabina. Se un camion si rompe quassù, prima di vedere qual è il problema, tirano giù la ruota di scorta e le danno fuoco per scaldarsi e non congelare in breve tempo, poi analizzano il guasto e aspettano un altro camion che li porti nel primo villaggio abitato e abbandonano qui il mezzo per ritornare giorni dopo con i pezzi di ricambio. Per più volte ho montato la tenda a ridosso di quest’immensi pachidermi addormentati, unico riparo dal vento in questo deserto gelido. Il cibo lo devo razionare e non è una bella cosa quando chiedo al mio fisico sforzi sovrumani per spingermi sempre più in alto; inoltre per incontrare l’acqua devo fare lunghe deviazioni fino ai lontani letti quasi asciutti dei torrenti. Mi do dell’idiota per non avere portato con me viveri a sufficienza ma oramai siamo qui e studio le prossime tappe per arrivare dove incontrare un po’ di civiltà’. Troverò gente solo dopo il confine tibetano ma prima devo superare il deserto dell’Aksai Chin, un pezzo di Ladakh indiano espropriato dai cinesi senza che nessuno se ne accorgesse per costruirci sopra questa strada di immensa importanza strategica…uno dei luoghi più remoti della terra. Tre giorni a 5200m in un paesaggio mozzafiato che mi ripaga di tutte le mie fatiche, una pianura dai colori intensi circondata da altissime montagne innevate. Il colore dell’oro mi viene a trovare ad ogni tramonto e le lunghissime ombre delle cime disegnano miraggi di dune sulla piana infinita. È insopportabile la fatica a questa quota e, piegato sul manubrio, prendo lunghissime pause per recuperare. Ecco l’ultimo passo, sono finalmente arrivato in Tibet, dopo mille fatiche e sedici giorni sono appena all’inizio del mio viaggio. Incredibilmente non sono mai stato visto durante il mio rocambolesco transito notturno nei checkpoint e ancora mi chiedo come faccio ad essere così fortunato.

sopravissuto-03 Laggiù un villaggio che sembro non raggiungere mai, nessun ristorante letto ma degli operai che stanno sistemando la strada mi danno ospitalità e cibo dentro la loro tenda, e non c’è verso di ricompensarli. Mangio da esplodere, e finalmente sazio manco ci penso alla tormenta di neve che congela tutto fuori dalla mia tendina che ho montato poco lontano dal villaggio. Ancora un’altra mattina gelida ma il solo pensiero di essere finalmente nel paese tra le nuvole mi la forza di pedalare. Dopo alcuni valichi ancora sopra i 5000m comincio piano piano a perdere quota, il mio corpo ne trae un immenso giovamento e riesco a percorrere più chilometri in un giorno. Incontro qualche villaggio e la gente gentilissima mi vende un po’ di cibo. Non sono più in carestia, sapere di avere le borse colme di riso m’infonde una certa temerarietà e forzo un po’ di più sui pedali per recuperare qualche giorno, tanto alla sera non ho più il problema di come inventarmi da mangiatre. Laghi cobalto, distese verdissime, montagne velate di bianco, il Tibet è come sulle cartoline e io ci sono nel mezzo. Essere in un luogo sognato da lungo tempo ti fa sentire fortunato, vivere il proprio sogno un senso di felicita’ ineguagliabile. Sapere poi quanto ti è costato trasforma tutto questo in una sorta di adrenalina che ora scorre dentro come forza vitale e pensi “adesso chi mi ferma più?”.

sopravissuto-05Neve, forature, pantano e freddo…ho passato di peggio e vado avanti, fra pochi giorni sarò ad Ali la capitale della provincia e potrò dare notizie di me a casa. Adesso devo solo fare molta attenzione a non farmi vedere dalle pattuglie dell’agenzia nazionale di sicurezza, il PSB. Dalle informazioni che ho trovato su internet molti che hanno intrapreso il mio stesso viaggio sono stati beccati in questa zona ed espulsi dal paese. Lascio la strada principale e seguo da lontano i piloni del telefono. Scruto continuamente l’orizzonte col binocolo che ho fregato a mio padre prima di partire, e se vedo polveroni alzati da qualche mezzo in arrivo, mi eclisso tra le dune sperando di non essere visto. Ma la fortuna è dalla mia, arrivo nel paese di Rutog senza problemi e mi catapulto nel primo alberghetto che trovo a nascondere la bici. Un letto, dell’ottimo cibo e un telefono per chiamare casa e dire che ce l’ho fatta. Sono riuscito a distillare la felicita’ dalla fatica fisica e mentale. All’alba non mi sembra vero, davanti a me la strada diventa nera nera, è asfalto! In una lunga giornata di 150km arrivo nella capitale, domani sarò nell’ufficio del PSB a spiegargli come cavolo ho fatto ad arrivare fin qui e pregarli in ginocchio di rilasciarmi un visto di transito per continuare il mio viaggio almeno fino alla prossima città. Diciotto giorni e 1500km di fatica, freddo e lucidi pensieri resi trasparenti dalla vita ridotta ai minimi termini, decantata dalle inutili paturnie della vita comune. Tutte le riflessioni che ho fatto lassù credo che un po’ migliore mi abbiano reso o almeno lo spero. Adesso devo solo recuperare i chili persi e studiare le carte verso la mia prossima meta.