Diario di viaggio: Panama Vancouver

 

ARRIVO A PANAMA

ARRIVO A PANAMA

30/11/2012 Panama city

La mia più grande preoccupazione prima di partire è riuscire a far arrivare la bici dall’altra parte del mondo senza problemi ne troppi sbattimenti. Mio padre ha montato quindi due rotelline sotto gli scatoloni e ora si possono facilmente muovere senza spezzarsi la schiena. All’imbarco nessun problema e all’arrivo a Panama un taxi c’aspetta e ste benedette bici praticamente non le abbiamo mosse. Meraviglioso. Se penso ai miei precedenti viaggi dove all’arrivo dovevo muovermi alla cieca con sto immenso scatolone difficile da sollevare e da spingere costantemente sotto una calura tremenda e dopo quindici ore di volo. Sto viaggio sembra iniziato in discesa. All’ostello arriviamo con tre notti prenotate, giusto il tempo di ambientarci un po, montare le bici e visitare la città che d’entusiasmante non sembra avere niente.

La mattina del 30 Novembre partiamo in sella a queste pesantissime bici già equipaggiate come se dovessimo affrontare l’inverno più duro domani ma questo succederà fra quattro mesi. Attraversiamo la città evitando le zone pericolose e non trovo il tempo per gustarmi il passaggio sul ponte sopra il famoso canale perché è stretto ed il traffico implacabile. Siamo tutti e due concentratissimi per stare due centimetri dal guardrail e non essere travolti dai camion. Siamo sulla Panamericana, la stessa strada che ho percorso un anno fa fino in Colombia. Non la riconosco, il traffico è aumentato tantissimo tanto che non riusciamo mai a parlarci io e Alice perché siamo costantemente sfiorati da questi rumorosissimi pachidermi che da qui partono per raggiungere tutte le americhe del Nord. Subito salite che non erano in programma e nel pomeriggio ci tocca anche una tempesta tropicale che ci travolge fino a sera quando troviamo un piccolo motel accogliente ma sopratutto asciutto. Come primo giorno direi molto impegnativo ma non riesco a capacitarmi dell’immenso entusiasmo di questa donna che mi accompagna, non annovero questo dì tra i migliori eppure lei è entusiasta e serenissima, vederla scendere a manetta dai discesone con i camion a venti centimetri ed un sorriso che fa luce mi fa davvero strano. Che sia energia pura o semplice incoscienza? Non vedo l’ora di scoprirlo.

Dino

FRONTIERA COSTA RICA

FRONTIERA COSTA RICA

08/12/12 David, Panama

Passata oggi la mia prima frontiera, Panama-Costa Rica, che emozione ora ammirare il mio passaporto con quel minuscolo timbro in più, è più prezioso, ora ha il significato di un viaggio iniziato, di emozioni da vivere; tiro le somme di questi primi 11 giorni, e non li so descrivere, non riesco a fermare un pensiero, un istante, corrono veloci dentro la testa attimi di adrenalina, di paura, rabbia, di felicità, stanchezza che si fa sentire e la voglia che arrivi domani per ripartire subito veloci veloci veloci,  la tenda piantata sul giardino dei bomberos de “la Mesa” e l’arcobaleno che ci ha dato il buongiorno al mattino. La Panamericana è vero è una strada un po tutta uguale, monotona, lunga, così lunga che sembra non finire mai, salite e discese che a uno gli viene di pensare:” ma che cavolo ci sto a fare qui!” eppure la Panamericana è anche tutte le mie emozione belle e brutte che siano, è l’inizio  di questo viaggio, e chissà quale parte di me mi porterà a scoprire….. Costa Rica domani ti veniamo a trovare!!!

 Alice

09 malabaristi di Montezuma

MONTEZUMA

21/12/2012 Montezuma, Costa Rica

Fin dalla mio primo giro di pedali sul suolo del Costa Rica ho un solo nome che mi gira per la testa: Montezuma. Ancora quando girovagavo per il Messico molti anni fa avevo sentito, da navigati viaggiatori di questa leggendaria spiaggia fatta di tramonti e pigri dondolii d’amaca. E’ uno di quei posti nel mondo dove s’incontra solo chi si è perduto e che li sa che qualcosa troverà di sicuro. Sono andato a lungo alla ricerca di luoghi simili in ogni mio viaggio, dal Laos alla Patagonia, dalla Cina alla Turchia posso assicurare che esistono…Mancora in Perù, Mazunte e Wadley in Messico, Pai in Thailandia, Varkala in India o Dali nello Younan e molti altri. Sono luoghi che sulle guide vengono appena accennati o spesso ignorati e che solo chi viaggia per molti mesi viene a conoscenza tramite racconti di questi angoli remoti carichi di energie misteriose. Tutta la bellissima costa sud la pedaliamo sfrecciando su bellissime spiagge che all’ora del tramonto, quando c’è la bassa marea, si trasformano in lunghissime pianure colorate di rosso e giallo. La gente è molto tranquilla e non mi sento più in pensiero quando Alice è qualche centinaio di metri davanti a me sulle torride strade, non sto in allerta per ogni auto che le si avvicina ne per ogni sguardo malizioso, anzi qui il traffico è quasi inesistente e l’immensa foresta tutt’intorno a noi invade con la sua ombra il nostro cammino che di mattina è perfino fresco. I pensieri allora sono molto più leggeri e tutte le tensioni svaniscono, penso a come saremo alla fine di questo viaggio e il tutto mi fa sorridere.

Per raggiungere in tempo il traghetto che ci porterà sulla penisola di Nicoya dobbiamo percorrere 150km con anche un po di salita nel mezzo e considerando che qui il sole sorge alle sette di mattina e tramonta alle cinque di sera abbiamo fortissime probabilità di arrivare con il buio e questo non mi rasserena per nulla. Iniziamo la giornata con una pesantissima colazione che ci dovrà dare energia per tante ore perché non avremo tempo per troppe pause. Si spinge con le punte dei piedi sempre al pieno dei muscoli e ste bici pesantissime piano piano cominciano a salire le prime dure salite. Alice è sempre davanti ma poi nelle discese riesco a raggiungerla perché la mia massa in caduta libera è praticamente inarrestabile e i freni lavorano sempre oltre il loro limite. Via via a testa bassa ma coi pensieri per aria…oramai sfuma la mia ambizione di portarci al sicuro prima del buio ma Alice ha un coraggio e una determinazione che mi stupiscono e un po mi tranquillizzano. Trovarsi in giro per le periferie delle città dopo il tramonto in centro America è la cosa più sbagliata da fare. Siamo alle porte di Puntarenas da dove domani prenderemo il traghetto e sembra tutto sotto controllo, arriviamo in centro dove tutto è già deserto, i mercati del mattino sono cumuli di scatoloni vuoti dove i più poveri rovistano, qualcuno scarica dei camion di banane e qualche ubriaco ci incita…la scritta dell’alberghetto più economico ci appare davanti e lo splendido omino basso basso dai capelli bianchi ci accoglie con un enorme sorriso, mi ricorda tantissimo il pittore che abitava di fronte al bar di mia nonna quando ero piccolo e anche la sua esile voce sembra la stessa. Ci raccomanda di guardare le bici mentre scarichiamo le borse e finalmente un letto vero e pulito. Sta donna stanchissima qui vicino a me ha pedalato tutto il giorno senza mai una smorfia di fatica o inveendo contro di me che le imponevo di muoversi…brava, brava e anche qualcosa in più che ancora non capisco cos’è. All’alba presto siamo già sulla barca per la penisola delle spiagge incantate e i biondissimi surfisti da tutto il Nord America. Al nostro sbarco la strada fa semplicemente schifo e spingiamo le bici col massimo dello sforzo su queste colline di strade polverose e troppo ripide per divertirsi. I sandali scivolano, fermarci per prendere fiato non se ne parla perché la bici scivola all’indietro. Le due orette che avevamo previsto per arrivare al mare si sono trasformate in mezza giornata durissima e ci si mette pure la pioggia scrosciante che trasforma questa pista in una palude che inchioda le catene e grippa i freni. Fa buio e vediamo a mala pena le buche davanti a noi. Finalmente la discesa ripidissima ,ovviamente, e in fondo inizia l’asfalto…trenta metri dopo c’è un incrocio, due ristoranti, un bar dalla musica altissima, una pizzeria e un ostello decrepito per artesani…ecco questa è la leggendaria Montezuma. Forse, molti anni fa, sarà stato quel luogo che immaginavo ma ora è meta turistica mordi e fuggi e decisamente troppo cara per noi due squattrinati. Le mie aspettative erano forse troppo ambiziose ma ha tutto fuor che il sapore di un posto carico di energia e unico nel suo genere. Conosciamo coloro che forse erano venuti qua molti anni fa quando questo posto era all’altezza della fama ma l’incremento turistico e l’alto costo della vita ha fagocitato loro e sembra pure anche i loro ideali. Dopo qualche giorno di spiagge e amaro far nulla ripartiamo su quelle stesse orribili strade per tornare indietro verso la terraferma. In pochi giorni di pedali siamo presto in Nicaragua.        

Dino

NICARAGUA DI NATALE

NICARAGUA DI NATALE

26/12/2012 Granada, Nicaragua

Siamo partiti stamattina presto, abbiamo salutato Granada che ancora dormiva dopo la festa di Natale del giorno prima, lʼabbiamo vista riflessa sullo specchietto della bici fino a scomparire, le sue case dʼallegria piene di colori, la sua piazza dalle due facce,come un pagliaccio triste, che di giorno si veste in festa con bancarelle di dolciumi, con gli artesani in tutta la loro poesia, chioschi dove seduti su vecchie sedie di legno ridipinte di verde e giallo si mangia “ il piatto tipico”, la sera poi diventa una grande camera per tutti, un letto per chi una casa non la possiede; e li se ci passi la sera e non tanto tardi, se ci passi anche solo alle otto comʼè capitato a noi viene da chiedersi dove sia finita lʼallegria del pomeriggio, se lʼè forse portata via il sole? un po di tristezza viene, o almeno a noi è venuta. Però è bella questa Granada che ora ci scivola via veloce, siamo ormai lontani e si vede solo il cupolone della sua chiesa, penso al sorriso della vecchia mendicante con un solo dente, a quanto era bello e rumoroso, alla dolcezza delle sue tante rughe, penso ai bar e ristoranti nella via dei turisti, con i prezzi scritti in dollari, con la pizza italiana e tutto il resto e tutto dal lato della strada, tutto alle otto di sera…. che contrasti questo Centro America! Managua lʼabbiamo vista solo scritta sui cartelli stradali, lʼabbiamo sfiorata percorrendo la sua periferia con i suoi odori di immondizia e cani morti lungo la strada, i suoi cartelli pubblicitari degni di una capitale, con la sua gente ognuno con il proprio odore di vita Abbiamo pedalato il contorno del suo lago a volte così vicino da aver la sensazione di toccare lʼacqua con i pedali, da sentire le gocce fredde sui piedi.

Abbiamo percorso solo 40 km ne abbiamo altri 100 davanti, ho le gambe stanche, è il momento di una pausa coca cola! Ho imparato a misurare la mia stanchezza in coca cola, il Dino dice che “ è una bomba di energia” i primi giorni ridevo ora, dopo un mese, ne stappo una ogni volta che non ce la faccio più, ho scoperto che tira su per davvero! Vediamo Managua scomparire nello stesso modo in cui era sparita Granada solo con meno colore ed energia. Eʼ pomeriggio, bella la strada, piana, niente vento, al lato un cartello dice “Leon 38 km” capiamo che possiamo arrivare prima di sera, prima che faccia buio, spingiamo più forte sui pedali e ogni colpo sembra voler dire: “ trattieni ancora per un po il sole a riscaldare i tuoi tetti, aspettaci stiamo per arrivare, ti vogliamo vedere allʼora del tramonto, vogliamo vivere velocemente tutta la tua magia, Leon domattina ti salutiamo, ce ne andiamo via”. Ci sdraiamo nel letto, buonanotte, un bacio e chiudiamo gli occhi, è stata una giornata di fatica, di sole, di pranzo veloce e di nuovo in sella, è stata una giornata di felici silenzi e pensieri che volano in alto, è stata una giornata da tre coca cola!!!  

  Alice

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