Diario di viaggio: Sud America

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PREPARATIVI

16/12/2010 Valle dell’Orco, Casa.

Ferventi preparativi per la partenza, la bici è quasi pronta e il biglietto c’è l’ho in tasca…

Sono partito molte volte per altrettante destinazioni ma mai come questa volta senza minimamente avere un’idea di dove disfare lo scatolone con la bici ne tanto meno come trasportarlo. Ho solo un volo su Buenos Aires e nient’altro, da li poi vedrò come scendere il più a sud possibile per poi risalire per qualche strada. Ora mi aggiro per casa con sta scatola immensa tra i piedi, ho timore a guardarla perché già m’immagino che incubo sarà spostarla ma come al solito questa risulterà la parte più difficile e stressante del viaggio… una volta che le ruote toccheranno la strada sarà pura vida. Stanotte diversamente da sempre ho perfino voglia di dormire, l’ansia non mi sta facendo visita oggi, sono felice di avere chiuso i mille casini rimasti in sospeso con il viaggio precedente e mi aleggia intorno una felice malinconia per le persone che non vedrò per molto tempo. Mi sento stupidamente leggero ed è quello che andavo cercando da troppo tempo. Da domani mi sarà praticamente impossibile prevedere ogni giorno dopo, mi voglio lasciar portare dal viaggio stesso perdendomi con immenso piacere fra le terre più desolate e remote delle americhe. Con li occhi socchiusi guardo le sacche impermeabili che saranno la mia casa per molti mesi e non mi curo davvero se li dentro mancherà qualcosa di importante…ora voglio solo andare verso dove non so.

 

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PATAGONIA CONTRO VENTO

19/01/2011

Mi sono accorto immediatamente che aver buttato la bici su di una mappamondo a caso per decidere dove andare non è stata la più geniale delle mie mosse ma forse l’unico modo per trovare il coraggio di ripartire dopo le delusioni del viaggio appena concluso. Basterebbe solo in nome Patagonia a far suscitare emozioni ed immagini della natura più selvaggia del pianeta, lande desolate sferzate da venti implacabili. Purtroppo preso a buttarmi il mio passato prossimo alle spalle non ho badato troppo a dove stavo andando e me ne sono reso conto a pieno solo pedalandoci dentro. Una strada sulla mappa è solo una linea, che sia d’asfalto o di sassi è una cosa umanamente affrontabile con la bici ma se si aggiunge il vento più forte e insistente e la desolazione più assoluta ecco che si ha la ricetta perfetta per un’avventura al limite della follia. Parto da Rio Gallegos all’estremità sud dell’Argentina e lasciandomi lo stretto di Magellano alle spalle inforco la bici lungo la leggendaria Ruta 40 con il solo desiderio di ricominciare a pedalare per ritrovare quell’estasiato stato d’animo del viaggiatore che ho perduto per la via qualche tempo fa. Quasi come un cavallo spronato spingo forte sui pedali e esco dalla cittadina come un missile certo che percorrerò i 320 km che mi separano da el Calafate in due giorni. Errore madornale! Ho caricato “giustamente” poco cibo e acqua e il pensiero mi terrorizza appena mi rendo conto dello spaventoso vento che mi soffia in faccia, nonostante i miei immani sforzi non riesco a spingere la bicicletta a più di 7/8 km all’ora e nelle leggere salite vado più veloce a piedi. Sembra di combattere contro un nemico invisibile contro il quale ogni sforzo è vano. Inutili anche le mie preghiere per indurlo a cessare almeno di un po ma la sua forza sembra aumentare di pari passo con la mia stanchezza, mi arriva leggermente di tagli verso sinistra e devo compensare tenendo la bici inclinata un bel po, al passaggio di quei rari camion la forza che sto contrastando cessa d’improvviso per qualche istante e quasi cado rovinosamente. Anche se mi fermo devo tenere la bici con tutte e due le mano se no me la spinge giù per il fosso. Quali due giorni…se arrivo in tre sono davvero fortunato. All’orizzonte nuvole rapide stanno portando pioggia, le gocce d’acqua sparate in faccia mi impongono gli occhiali anche se tutt’attorno sembra notte e il vento non accenna a diminuire. E’ stupore il mio più che pura, avevo sentito parlare molto di questa natura rabbiosa ma mai avrei pensato così tanto. Tutti quelli che ho conosciuto che hanno percorso questa strada lo hanno fatto da nord verso sud con vento a favore, credo che loro volassero spinti da tele forza. Io invece lotto per ogni metro e dopo dieci ore di vani sforzi pianto la tenda sotto l’unico arbusto incontrato in tutti i 100km fatti oggi. Puntello tutto con cura e monto la tenda degna di un campo base in alta quota, oltre ai picchetti rincalzo con pietre e pezzi di legno per ancorare tutti i tiranti per immobilizzare la mia casa altrimenti qua stanotte non si chiuderà occhio. All’ultimo colpo di pietra sul picchetto mi giro e un cavallo impennato mi appare a cinque metri, l’incessante sibilo del vento non me l’ha fatto sentire. Scende un ometto basso basso ma con un grande sorriso sdentato “Hosè Guerrero de Martin muco gusto” mi allunga la mano e con quell’inconfondibile accento argentino mi inizia a domandare un sacco di cose. La sua serenità mi tranquillizza un poco nonostante mi da conferma che il vento qui non cessa mai ma quel ch’è peggio è che soffia sempre nella stessa direzione e io quindi sono fregato. Mentre mi parla con una mano tiene le redini del cavallo sposta la sigaretta da un lato della bocca, mi da le spalle, e con l’altra fare pipì…se ci provo io mi scappa il cavallo mi piscio sulle scarpe e mi sale il fumo per il naso; sono proprio uomini duri questi gauchos. Si congeda ridandomi la mano che non teneva il cavallo ma io l’anticipo con un’abbraccio che non si sa mai. Che incontro spettacolare, parte al galoppo con una maestria degna di uno nato sulla sella e la sua naturale semplicità e onestà d’animo mi rinfrancano il cuore spaccato dalla battaglia perduta durante il giorno. Gonfio il materassino e crollo quasi in coma stremato e incerto, il cibo non mi basterà.

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E VIA COL SOLITO PIANO B

24/01/2011

Pura idiozia, ecco cosa penso del mio andare a testa bassa contro il vento…non ho un’attimo di tregua e i miei muscoli sembrano scoppiare, procedo troppo lentamente e la pianura davanti a me sembra infinita. Anche quando mi fermo per prendere fiato questa natura non mi da respiro e mi scaraventa la bici di qua e di là quasi a voler staccarmi il manubrio dalle mani. Mi sento un buono a nulla mentre cado da fermo, qualsiasi movimento io faccia mi rende sempre più vulnerabile a questa incessante bufera che approfitta di ogni mia distrazione per ribadire il suo inimmaginabile potere. Mi sento impotente e sperduto, attorno a me solo la strada e un’infinita steppa che si perde all’orizzonte. In parecchi episodi perdo le staffe, inizio a spingere la bici a mano visto che vado più forte che sui pedali, non è, comunque, però, cosa facile e di frequente devo, con sforzi tremendi, violentemente rimetterla in strada …mi sembro il tenente Dag in “Forrest Gump” sul pennone della barca per gamberi che urla e sfida il vento. Le mie grida di sfogo soffocate dal frastuono della tormenta, a volte, non le sento nemmeno. Trovare un riparo per mettere la tenda e per cucinare è un’utopia. La strada è costeggiata per tutta la sua lunghezza da un fitto recinto che impedisce ai numerosi animali selvaggi di raggiungere la strada e causare incidenti, io quindi sono rilegato su questo pezzo d’asfalto e nei 5 m di panchina lato per lato…altro non ho. La fortuna vuole che una mandria di non so che ha divelto lo staccionata, ci sono migliaia d’impronte e le seguo. Stringendo i denti riesco a portare la bici su per una collina e la parcheggio leggermente sottovento al lato opposto. Fischia ancora come un forsennato ma non v’è posto migliore ed io sono stanco morto. Pianto la tenda di nuovo come se fossi in un campo base di un ottomila ma stavolta per un pelo il vento non la strappa. Impossibile cucinare ma mi è rimasto del pane e un pò di formaggio. Nella notte di dormire non se ne parla.

All’alba la storia non cambia, lo stesso vento e la stessa strada deserta. Dei due giorni di viaggio che avevo previsto sono già al terzo, non riesco ad andare più veloce dei 5 Km all’ora e mi sento stanco come se avessi corso il giro d’Italia. Oggi di testa ci sono un pò di più, direi che sono quasi felice, comincio a prendere con ironia la immensa follia che sto facendo. La natura qui sprigiona tutta la sua smisurata forza e non permette all’uomo di venire a popolare queste terre. Non sto cercando di combatterla, non più…sono sbigottito da tanta forza e mi compiaccio di non avere ancora rinunciato e aver fatto marcia indietro. All’imbrunire, quando sono più stanco, ecco che il vento se ne accorge e sembra dica “ed ora prendi questo!”. Neanche più oso salire sui pedali, spingo a testa bassa e a denti stretti confidando che il mio istinto, anche per oggi, mi conduca ad un riparo decente. Fortuna vuole che una pietra copra alla meno peggio la tenda che per tutta la notte balla a non finire. L’indomani raccolgo i picchetti quasi tutti sparsi in giro ma non ci sono danni al telo di copertura. Con le ultime forze rimaste pedalo fino al villaggio di El Chalten, avamposto per le leggendarie montagne Fiz Roy e Cerro Torre. Decine e decine di turisti e un’infinità di alberghetti e ostelli. Crollo inebetito in un letto a caso di uno di quest’ultimi ringraziando il cielo che almeno fino a domani non sentirò più il vento fischiarmi nelle orecchie.

L’indomani ho solo male alle gambe, l’umore è di nuovo alto e non ho nessuna intenzione di gettare la spugna. Mi metto a cercare informazioni su come superare le Ande per sfuggire al vento ed andare sul versante Cileno, molto più piovoso e senza strade ma con spazi decisamente meno aperti e, quindi, non soggetto a questo infernale tifone perenne. Incredibile! Nessuno ha idea di come io possa fare…

Con l’immensa fortuna di cui dispongo incontro due brasiliani che sono arrivati dal senso opposto e mi spiegano quale incubo hanno dovuto passare per arrivare fino a qui. Quindi: dovrò passare due enormi laghi con delle barche e la strada, che li mette in comunicazione, è impraticabile con le borse. Loro mi consigliano vivamente di affidare il carrello e le sacche ad un cavallo ma non v’è alcun modo di procurarmene uno. I battelli salpano ogni tre giorni ed io dovrò fare l’impossibile per arrivare in tempo al molo per non aspettare la prossima partenza e rimanere bloccato lassù. Se riuscissi a trascinare il carrello per quelle strade che non esistono dovrei arrivare sulla Carretera Austral in tre giorni. L’impresa ha dell’impossibile e per questo sono eccitato al solo pensiero. Ora preparo i viveri per Dio sa quanti giorni e pianifico la partenza, studierò un modo per caricarmi il carrello in spalla e per guadare i fiumi senza bagnare le mie preziose attrezzature. Se non pioverà potrei anche essere in grado di arrivare all’appuntamento con l’ultimo battello in tempo se, invece, gli imprevisti mi rallenteranno penserò ad un’altro piano… confido tantissimo nella mia voglia di non tornare più a pedalare controvento e , visto come sono andati gli ultimi giorni, mi sento maledettamente convinto che questa è l’unica strada che posso percorrere. Una rinuncia oramai non è più contemplata.

“Noi possiamo solo partire il resto lo fa da solo il viaggio stesso, lui deciderà per dove e verso dove andremo, gli incontri e soprattutto l’istinto faranno tutto il resto…saremo talmente liberi da permetterci di fare decidere la natura per noi”.

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E FINALMENTE CARRETERA AUSTRAL

04/02/2011

La mattina è splendida, non ci sono nuvole all’orizzonte e non tira un fil di vento. Spingo forte sui pedali per arrivare in tempo alla prima barca che mi consentirà di attraversare il Lago del Desierto. Come al solito, per essere pronto ad ogni imprevisto, sono partito maledettamente presto e al molo mi trovo a dover aspettare per delle ore prima che il mio Caronte mi traghetti fino in Cile. Ottimo tempo che spendo a contemplando la meravigliosa natura di questo posto. L’acqua è di un blu intenso, tutt’attorno una foresta di conifere secolari e poco più in su maestosi ghiacciai dalle quali pendici scendono ruscelli che alimentano questo immobile specchio d’acqua. Oggi le fatiche folli dei giorni scorsi mi sembrano già ricordi antichi, perfino i brutti mesi appena trascorsi non li riesco quasi a rimembrare, oggi voglio restare felice e questa imponente e vergine natura mi aiuta alla grande. Il sole mi scalda il viso e il cuore, mi sento sicuro di poter trascinare la bici con il carrello sulla schiena ovunque.

La barca arriva e salpiamo alla volta della sponda Nord, da lontano riconosco numerose sagome di bicicletta di gente che ha percorso la Carretera Austral nel senso giusto, un rapido saluto all’attracco e io continuo solo verso l’ufficio della dogana Argentina. L’immensa fortuna che mi accompagna quando viaggio mi fa incontrare un ometto con dei cavalli e gli affido il carrello…to’, due secondi e mi sono levato di dosso questa preoccupazione che mi faceva dannare non poco. Lo vedo incamminarsi su per il ripido sentiero e ci diamo appuntamento per l’indomani dall’altra parte delle Ande per il prossimo battello. Ancora più felice di quanto lo ero prima monto la tenda sulla riva del lago e sullo sfondo comincia ad apparire l’inconfondibile sagoma del Fiz Roy ora priva del sempre presente mantello di nubi che la circonda. Che splendida veduta, cucino e faccio foto prima di crollare addormentato senza più la persuadente fantasia di come trasportare il mio pesantissimo carrello fino in Cile. La mattina spingo gasatissimo la bici su per la ripida collina ma ben presto sono costretto a caricarmela sulle spalle perché, con le borse dietro, non ci passo per il profondo sentiero. Il percorso è di gran lunga peggiore di come me lo immaginavo, la pioggia della notte l’ha trasformato in una pista di fango e i miei piedi sprofondano fino alla caviglia. La salita mi spacca le gambe e di continuo sbatto violentemente la bici atterra e mi ci accascio sopra per riprendere fiato. Salgo fino ad arrivare ad un fitto bosco dove mi azzardo ad appoggiare la bici a terra e spingerla finalmente; le radici degli alberi e le buche mi fanno desistere dal provare a pedalare ma riesco ad accelerare l’andatura e oramai posso essere tranquillo di arrivare in tempo all’appuntamento con il secondo battello. Nel mezzo del bosco una radura delimita il confine fisico tra i due paesi ma alla dogana Cilena mancano ancora delle ore. Inizia una vecchia strada sterrata e sembra perfetta per la mia bici ora priva dell’ingombrante carrello, in un paio d’ore scorgo il lago O’higgins il mio prossimo ostacolo. Mi catapulto giù per la tanto desiderata discesa e in un batter d’occhio sono all’ufficio d’immigrazione del Cile, al volo faccio le carte per entrare nel paese e giunto al molo ho anche il tempo per lavare la bici e un paio di magliette prime che arrivi il cavallo con il mio bagaglio. Il gaucho arriva poco dopo tutto mesto e mi racconta che la notte scorsa il cavallo si era impigliato e per liberarsi a malmenato il carrello che è tutto storto e gli mancano dei pezzi. Esamino i danni ma, usando un pezzo di ferro come leva, rimetto tutto apposto anche meglio di prima, poi mi tocca quasi litigare perché sto incredibile ometto no vuole che lo paghi per il senso di colpa dei danni che il suo cavallo ha causato.

La barca finalmente parte per Villa O’Higgins l’ultimo centro abitato sulla Carretera Austral e per me il primo.

La sensazione che da ora in poi dovrò solo pedalare è bellissima; appena attraccati sfreccio via come un lampo verso il paese a fare provviste per i prossimi giorni e per trovare un posto dove piantare la tenda. Alloggio nel giardino di un bell’ostello dove mi lasciano usare la cucina. Ci sono altri viaggiatori da ogni dove che vanno in altrettante direzioni ognuno categoricamente senza idee chiare su cosa combina’ nei prossimi giorni aggiro per questo paese. Da buon cuoco faccio pasta per tutti e vengo ripagato da fumi di birra e vino che riscaldano l’atmosfera e trasformano la normale conversazione in discorsi seri sulla vita e sul mondo…L’indomani mi ritrovo solo a fare colazione, gli altri sono ancora tutti sotto i postumi dell’alcol ma io ho troppa vagolai di iniziare finalmente questo viaggio e i giramenti di testa e le vampate di calore passano in secondo piano. Carico di cibo per parecchi giorni inforco la bici e vado verso nord consapevole che non c’è nessuno davanti a me ne nessuno che mi seguirà, spero d’incontrare ogni tanto qualche ciclista nell’altro senso così da avere notizie sulla strada da fare e ricambiare con quelle della strada già fatta. La vegetazione è lussureggiante, sembra più di essere in Amazonia che nell’estremo sud del pianeta, cascate d’acqua scendono da tutte le parti liberate dai ghiacciai appena sopra la mia testa, i fiumi scorrono gonfi al lato della strada e piove a dirotto. Il paesaggio è bellissimo, la foresta sembra nata all’alba dei tempi e uccelli mai visti mi svolazzano davanti di qua e di là. Ho come la sensazione che sarà un viaggio incredibile…

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…NON DEL TUTTO SOLO

11/02/2011

Trovare un posto per mettere la tenda a fine giornata non è una cosa ardua, il più è avere un po di scampo da questa pioggia che cade ininterrottamente da giorni. Molte volte riesco a trovare un boschetto vicino ad un ruscello e le fronde degli alberi mi concedono una tregua, molto più spesso però non mi rimane che montare la tenda a cielo aperto e infilarmi i tappi per le orecchie cercando di isolarmi il più possibile dal fracasso delle gocce sul telo. Dopo una giornata sui pedali con questo tempo inclemente purtroppo non posso godere a pieno della mia casetta di nylon, è sempre bagnata dalla sera prima e io sono fradicio. Senza dubbio l’umore non è alle stelle e non c’è verso di asciugare i vestiti bagnati, sapere che domattina appena sveglio dovrò indossarli gelati e gocciolanti non mi alletta ma sarebbe da folli bagnare anche gli ultimi indumenti asciutti. Spingo con cura i tappi fino ai timpani per trovare sollievo a questo martellamento violento, non riesco nemmeno a sentire la mia voce mentre tento di registrami con la videocamera. E’ altrettanto deprimente svegliarsi all’alba e sentire che quel suono, per attimi dimenticato nel sonno, è ancora presente e con la medesima intensità. Metto in un sacco impermeabile i miei caldi vestiti e m’infilo quelli ancora bagnati, esco e alla meno peggio cerco di sbattere il telo della tenda per togliere l’acqua, l’arrotolo e lo infilo nel suo sacco, purtroppo peserà almeno il doppio così bagnato.Questa mattina in cima ad una piccola salita mi s’avvicina un cagnone più bagnato di me, lo accarezzo senza stizzirmi affatto da quanto puzza e proseguo per la mia strada. Dopo alcuni chilometri mi accorgo che mi sta’ seguendo a qualche centinaio di metro di distanza. A metà mattinata lo vedo ancora dietro, lo avvicino e lo accarezzo di nuovo. Ora sembra che le presentazioni le abbiamo fatte e mi cammina a fianco. Sinceramente lo vedo bello magro e durante una pausa per mangiarmi qualcosa li allungo un paio di pezzi di pane, to’! ecco mi ha scelto come suo padrone…lungo la strada, sempre sotto il diluvio, si mette a ringhiare contro gli altri cani che incontriamo e ogni volta che mi fermo per una foto o per riprendere fiato mi si struscia col suo musone e mi lecca. Se devo dire la verità sta storia di viaggiare con un cane mi sta anche bene, ogni tanto gli parlo o lo richiamo fischiando e lui risponde davvero come se fosse stato da sempre il mio cane. Verso il fine giornata però lo vedo molto stanco e fa fatica a riprendere la marcia dopo le nostre pause, mi viene subito il pensiero che quando la strada sarà asfaltata e io andrò molto più veloce lui non c’è la farà mai a seguirmi ma questo avverrà fra molto tempo e non ci faccio più di tanto caso. La sera cade stravolto vicino alla tenda e non ha nemmeno le forze per trascinarsi sotto ad un albero per sfuggire alla pioggia. Poveretto che pena mi fa, cucino razione doppia di pasta e gli allungo un piatto fumante. La mattina lo vedo bello informa e continuiamo assieme la nostra strada. Dal cielo non smettono di cadere gocce enormi, la pista è quasi un guado ma almeno i grossi sassi sprofondano nel pantano al passaggio delle mie ruote e ho la percezione di fare un po meno fatica, in un villaggio che incontro compro pane per me e un sacco di mangime per sto cane che a conti fatti mi cosa non poco, procediamo lentissimi ma ogni tanto il paesaggio mi rinfranca dalla stanchezza. L’idea di portarmi il cane fin chi sa’ dove m’alletta sempre di più tanto che lo battezzo Baker come il fiume che stiamo risalendo. Per trovare scampo e ristoro mi fermo nel paesino di Porto Beltram perché devo asciugare i miei vestiti inquanto ormai ho le carni con le piaghe. La famiglia che mi ospita è carinissima e mi lascia usare la loro modesta cucina dove preparo per l’ennesima volta una pasta per due. Mi dicono che questo cane l’hanno già visto e che spesso segue i ciclisti, se devo essere sincero un po ci rimango male per non essere l’unico suo vero padrone ma mi era venuto il dubbio quando lo vedevo prendere delle scorciatoie in mezzo al bosco per tagliare i tornanti, mi chiedevo come diavola faceva a conoscere questa strada così bene. L’indomani riparto sempre sotto la pioggia ma stavolta tutto bello asciutto, Baker però è sempre più stanco tanto che sposto la borsa che tengo nel carrello e c’e lo metto sopra ma pesa da fare schifo e la bici si muove a malapena. Alla sera gli do il suo cibo e lo mangia addirittura da sdraiato da quanto è stremato. Va bene che oramai l’ho viziato con tutto sto mangiare ma se continua a seguirmi mi sa che ci lascia le penne. Parlo con i gaucho che incontro se conoscono il padrone di questo cane ma nessuno l’ha mai visto, gli espongo il problema e mi consigliano tutti di chiedere se qualcuno ha bisogno di un cane per le pecore. Mi metto d’impegno e chiedo in ogni fattoria che incontro ma nessuno si fida di un cane non allevato in casa, mi dicono che quello se le mangia le pecore invece ti proteggerle dal puma. Alla fine come unico tentativo non mi resta altro che affidarlo alle cure di qualcuno che li voglia bene e basta e posso tentare solo al prossimo villaggio dopo di che la strada migliorerà e non ce la farà mai a seguirmi, o meglio lo farà di sicuro ma con gravissime conseguenze, ho davvero paura che mi muoia di stanchezza. Per fortuna la pioggia smette d’intensità e arrivo prima del dovuto. Ovviamente al vedere uno in bici con un cane al passo desta stupore e un po di gente viene verso di me curiosa, per passaparola mi indirizzano verso una casa piena di cani ma il problema e lasciare il paese senza che Baker se ne accorga se no indubbiamente mi seguirà. Spiego alla signora della casa la mia storia ed è felicissima di aiutarmi. Gironzolo per il piccolo paesello di Villa Cerro Castillo in cerca di provviste per la mia continuazione e dall’ultimo negoziato vedo sfilare il cane davanti alla porta e sembra che non mi abbia visto. Compro ugualmente le sue crocchette e ne lascio un bel po alla signora, sua futura tutrice, ma me ne tengo un po nella sacca nel caso me lo ritrovi dietro di nuovo. Prendo la via principale e spingo fortissimo fino a che il villaggio sparisce dalla mia vista, se devo essere sincero mi giro spessissimo con la speranza che mi stia seguendo ma sembrerebbe di no. Dopo una trentina di chilometri butto giù la tenda e m’addormento stremato. La mattina seguente il tempo promette bene e non c’è traccia del cane…me ne faccio una ragione e con un po di malinconia inizio la salita, non lo rivedrò mai più ma è stata un’ottima compagnia. Per sette giorni abbiamo viaggiato assieme e ci siamo fatti 600km tutti sotto il diluvio universale. Ora però dormirò con un’occhio aperto in caso qualche puma mi si avvicini troppo nella notte.La montagna sulla quale sto salendo è parsimoniosa e la salita lascia scorrere le ruote lentamente ma senza esasperare le mie gambe, il sole tanto sperato mi riscalda e ben presto sono in maniche corte e pantaloncini, non ci sono macchine e per giunta non sto masticando la polvere, direi che una giornata ideale.Quasi tutti i giorni incontro uno o due ciclisti che viaggiano nel senso opposto e sono meravigliosi attimi, ci scambiamo tutto quello che sappiamo sulla strada appena fatta e per una mezz’oretta si sta’ a chiacchierare sempre con immensa gioia, sembriamo nativi di una tribù dispersa nel mondo che s’incontrano per un’istante, poi ognuno per la sua strada con nel cuore un bel ricordo.Sarà grazie alla bella giornata e allo sterrato un po più decente del solito che oggi la mente si sofferma su pensieri nuovi e mai approfonditi. I Shadu indiani, quei barbuti saggi erranti vestiti d’arancione, dicono che 98 pensieri dei 100 che un uomo fa in un giorno gli ha già fatti…ecco, voglio che questa sia una regola in questo viaggio e desidero riflettere su quelle parti della mia vita dove non ho mai guardato dentro con dovuta curiosità e con la stessa scoprire nuovi aspetti di quello che potrà essere il mio futuro prossimo, voglio che questo pedalare diventi a tutti gli effetti una sorta di meditazione con la speranza che al ritorno non abbia solo un sacco di storie ed aneddoti ma molta più consapevolezza di ciò che sono e soprattutto di ciò che voglio essere. Se aggiungo a tutto questo l’inspiegabile felicità che in questi giorni porto addosso rischi davvero che l’andare per il mondo non sia solo l’attimo di emozioni o lo stupore per le cose nuove ma la strada giusta per rispondere a tutte le mie molteplici domande alla vita.

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DESERTI

07/03/2011

Non manca molto al confine Argentino la strada è più trafficata ma ci sono meno sassi e buche, devo però coprirmi il volto dalla polvere e per l’incredibile sole che mi brucia da lassù. Con cadenza quasi precisa vengo assalito da tafani enormi che non mi danno pace, mi ronzano in faccia e spesso si posano sul naso o sulla bocca nel mentre sto faticosamente inalando tutta l’aria che posso. Pungono e fanno molto male e non c’è verso di cacciarli. Decido quindi di fermarmi ogni qual volta che li ho attorno e non rimonto in sella fin ché no li ammazzo tutti. Non seguo così i miei precetti di vita rispettosa di ogni creatura ma mi fanno uscire pazzo. Si infilano negli anfratti del casco e pungono, io li non li posso raggiungere con una manata ma mi tiro di quegli schiaffi comunque fortissimi con l’intento di fargli più male possibile. Al vedermi da lontano sembro un indemoniato che si prende a pugni in faccia ma ho il solo desiderio di sterminali tutti. Insetti a parte il caldo si fa sentire e quando arrivo alla dogana mi consigliano di fermarmi li fin che non viene sera così da non cuocermi vivo, mi dicono che quest’ondata di calore è davvero inusuale e effettivamente questi 39 gradi davvero mi piegano le ginocchia. Continuo noncurante del pessimo sterrato che ora ho davanti, ho abbastanza acqua nelle bottiglie ma sono stanco morto e sfinito da tutti questi sobbalzi. La concentrazione è sempre al massimo per schivare tutte le pietre più grosse per salvaguardare al meglio le mie gomme non fatte per un percorso così duro. Il battistrada è praticamente scomparso e temo di bucare ad ogni metro. Finalmente arrivo a Trevelin, una vecchia colonia Gallese. Trovo un’ostello carinissimo e per cena mi sfondo con un pezzo di carne di più o meno otto etti, poi esausto m’addormento finalmente in un letto come si deve. 

Dopo un giorno di riposo rimonto in sella ovviamente verso Nord e finalmente sopra un asfalto liscio come un tavolo di bigliardo. La bici corre velocissima con uno sforzo piccolo ma costante, tenerla ad una medi adì 25km/h non è un problema, dopo qualche ora però le salite arrivano ad interrompere la monotonia del piano e ben vengano, la discesa dopo mi rigenera sempre con il fresco del vento sula faccia.  Tappe molto facili è belle, ruscelli e montagne con le cime imbiancate fanno da cornice al mio pigro andare. Quasi ogni notte trovo un’area verde dove piantare la tenda e riesco pure a lavarmi scroccando il bagno a qualche bar lungo la strada. Ora sto ingenuamente ignorando le pene e la sete che patirò fra qualche centinaio di chilometri. In pochi giorni arrivo a Bariloche, una frequentatissima località di villeggiatura sulla riva di un bellissimo lago e regno di escursionisti ed arrampicatori. Il turismo trasbordante di questa città non fa al caso mio ma è il luogo perfetto per riposare e pianificare le tappe successivo. Faccio la conoscenza di due ventiduenni americane che sono arrivate fin qui da sole in bici partendo dall’Ecuador. La semplicità con cui mi raccontano la loro impresa e alcuni aneddoti mi fa di gran lunga ridimensionare la mia personale considerazione, m’inchino davanti al loro coraggio e determinazione e ammaino la bandiera col mio nome che svetta sopra il mio carrello. 

Dopo tre giorni parto come un proiettile per i vicini paesi anch’essi decisamente battuti da mandrie di turisti ogni giorno, dormo con la tenda sulle rive di laghi bellissimi e faccio pure un pezzo di strada con degli altri viaggiatori in bici. Tutto incantevole, facile e molto divertente. Mi sento in una specie di torpore mistico del viaggiatore, a volte penso che veramente potrei arrivare fino in Alaska fregandomene della parola data a chi m’aspetta a casa. Ci sono momenti in cui mi sento in gradi di poter aspirare a  qualsiasi cosa e mi  metto a fantasticare su ciò che farò al mio rientro senza nessun limite di logica. Spesso sfioro il ridicolo nel mio pensare e per un attimo mi sento lontano da chi mi vuole bene e della cosa non ne sento il peso, in questi momenti potrei essere l’unico abitante della terra e ne sarei felice. Per fortuna questi deliri d’onnipotenza durano solo nelle discese, quando ricomincio a stringere i denti ritorno coi piedi per terra e riabbraccio tutti quelli di cui avrei potuto fare a meno pochi minuti prima. Gli affetti sono il vero carburante quando si viaggia o ci si mette in situazioni in cui è richiesta un grande determinazione, solo pensando alle persone care ed amandole al solo ricordo si riesce ad estrarre da noi stessi quella serenità indispensabile per spingere sui pedali e per superare ogni avversità. Il pensiero di un amico o della Nonna che tanto mi manca, mi fanno rivivere tutta la vita fatta assieme e immaginarmi quella che ancora condivideremo. Piani, progetti o semplice bicchierate diventano i sogni futuri da intraprendere nell’assoluta semplicità del volersi bene e basta, senza nessun bisogno di scalare montagne o andare in cerca di Dio.

Per fortuna che gente a cui voglio bene c’è n’è un sacco è gli cito continuamente tutti nella mia mente ogni giorno.

Dopo la città di Zappala non ci sono più laghi ne tanto meno fiumi dove bere, il paesaggio diventa arido e sabbioso, solo bassi arbusti e cespugli spinosi punteggiano la sconfinata pianura. Non si vedono più le recinzioni attorno alla strada segno che qui animali non ce ne sono più. La mia rotta è un’impercettibile salita allo sguardo ma non alle gambe. Infinite rampe d’asfalto mi portano lentissimamente sulla cima di colline dal dorso infinito per poi lasciarmi solo un’attimo di respiro in una breve discesa che finisce presto in un’altra timida ma infinita salita. Non ci sono villaggi ne anima viva, l’acqua sulla quale posso contare è solo quella che porto con me e sembra non bastare mai. Questo pensiero non mi permette di pedalare a cure leggero e anzi mi impone di accelerare per avere più possibilità di trovare rifornimenti. 

Notte con dissenteria e mangiato vivo dalle zanzare. Al mattino sono uno straccio e inizio la giornata con una salita di trenta chilometri. I miei muscoli ricordano solo la salita e le mie gambe oramai hanno dimenticato il movimento del passo, salgo molto lentamente, sono stremato dal mal di stomaco che spesso mi costringe a mollare tutto in mezzo alla strada e correre dietro un cespuglio. Non ci voleva, già non c’è acqua e io mi sto disidratando. Con una frequenza inquietante m’imbatto in carcasse d’animali mummificate dal sole, si sono evidentemente perduti durante le transumanze e ora rimangono solo le ossa ricoperte dalla pelle, il resto sembra essersi dissolto. Non ci sono nemmeno più gli avvoltoi o i falchi sopra di me, mi sembra di essere in oceano aperto lontano da tutto e da tutti. Fra poco m’attende di nuovo lo sterrato e lo temo come non mai, i copertoni oramai sono alla fine e la dissenteria mi piega ancora sul manubrio. Alla sera non mi posso permettere ne una zuppa ne una pasta, l’acqua è troppo preziosa e non la posso sprecare per cucinare così ceno con biscotti e qualche pezzo di pane. Il leggero vento in faccia che non mi ha mai lasciato un istante oggi sembra avercela di nuovo su con me e soffia implacabile su tutta la pianura, se non blocco il freno con un elastico quando fermo la bici mi spinge indietro. Come se non bastasse una folata più forte delle altre mi capotta appena prima che io possa mettere il cavalletto e me lo spezza definitivamente. Questo pezzo di alluminio ,costruito un po nella fabbrica dove lavoravo e un po da un bizzarro carpentiere nel centro di Lhasa, mi ha abbandonato dopo anni di impeccabile servizio. Ora non posso più tirare fuori la videocamera dal carrello ne prendere le bottiglie da dietro perché sono costretto a sdraiare la bici per parcheggiarla, ho un handicap non indifferente e devo risolverlo in qualche maniera.  Dalla mattina alla sera per tre giorni il paesaggio non varia di una virgola, solo la strada muta che s’insinua come una serpe tra queste montagne infinitamente alte per le mie gambe ma troppo basse per fare ombra. Il mio sudore sublima e oramai ho pochissimi viveri. Il vento mi riempie la bocca di sabbia nonostante sia coperto e mi asciuga la bocca fino alla gola, deglutire mi fa male come se ingoiassi fiamme. La lingua mi si gonfia ho sete ma ho davvero troppo poca acqua e la devo centellinare, davanti a me c’è ancora un sacco di strada. Alla fine di questo giorno dove la mia Dea dell’attrito volvente mi ha abbandonato, per trenta secondi mi pervade un’emozione non provata da tempo: il sole è oramai la giù in fondo appena sopra alle cime,tutto si colora di rosso e oro, le ombre dei cespugli si allungano, compaiono qua e la degli uccelli e inspiegabilmente un forte odore di caffè col latte mi pervade, per un breve istante le endorfine incominciano a circolare nel sangue…per questa frazione di vita tutti questi giorni disumani sono stati ripagati. 

L’ultima salita fino a 2000m mi disarma definitivamente, non è più sensata una fatica di questo genere in un’ambiente così ostile alla vita ma soprattutto alla bicicletta. Oramai traggo le ultime energie per salire dall’immensa rabbia che il mio animo sprigiona, sono stanco, ho ancora la dissenteria e il monotono deserto non riesce a darmi più gli stimoli per continuare. Un’altra nuova sensazione: mi sono serenamente “rotto i coglioni”.  Decido che fuori da questo inferno, quando raggiungerò la prossima città, butterò la bici su un pullman e mi farò portare fino a Mendoza 250km più a nord. Cosa strana è che non sono turbato della decisione, non ho mai preso un mezzo durante i mie viaggi per il mondo in bici ma ora mi viene naturale farlo, non mi sento di barare, sono ko e ne prendo semplicemente atto. La bici è a pezzi, le ruote sono vistosamente da riallineare, i freni da cambiare, ma soprattutto ho bisogno di una paio di copertoni da 28″ nuovi. Confido che in città riuscirò a mettere tutto apposto ma ora non ci penso, sono troppo stanco. La mia ultima notte in tenda la passo tranquillo e verso mezzogiorno sono già su un pullman diretto a Mendoza…

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PUNTO DI STALLO

30/03/2011

In quel torpore unico da soddisfatta stanchezza mi aggiro leggero per Mendoza, io qua ci sono già stato qualche anno fa per scalare l’Aconcagua e non ha quindi per me il fascino della bella città piena di meraviglie da scoprire, però la compagnia nell’ostello è delle migliori e metto in pratica il mio piano “relax”; non devo fare niente per almeno due giorni, solo mangiare e fare smaltire l’acido lattico alle gambe, devo riprendermi al meglio per continuare il viaggio. Senza colpo ferire l’allegra combriccola trovata mi trascina nella sfrenata movida notturna argentina. Ragazzi e ragazze da ogni parte del mondo sono accorsi qui per la settimana della vendemmia e l’imperativo unico è devastarsi d’alcol tutte le notti con la speranza di accoppiamenti improbabili benedetti solo dal Dio Bacco ma effimeri più del nulla. Tutto sommato in queste serate conosco anche dei viaggiatori sulla mia stessa onda  arrivati in questa oasi di festa casualmente o attratti dalle camminate suggestive qui attorno. Ma non ho più voglia di rifare anche qui la stessa festa che ho fatto per anni nei bar sotto casa mia, mi sa d’inutile e, nonostante rientri alle sei della mattina, il giorno dopo alle 9 sono attivo per preparare la bici. Qualche bastardo mi ha rubato la bombola MSR del combustibile per il mio fornello e ora sono davvero nei guai, senza non posso più cucinare. Mi metto alla ricerca di un negozio di alpinismo per la città ma tutto è ancora bloccato dalla festa della vendemmia fatta la notte scorsa. Per fortuna, dopo tre ore di ricerca e mille sensi unici infranti, trovo un negozio in periferia che me ne vende una svenandomi le finanze. Oramai sono le due del pomeriggio ed esco senza troppa fatica del crogiolo di stradoni della città, mi immetto di nuovo sulla “rotta 40″ e continuo sempre verso nord. Come d’incanto, quando i vigneti svaniscono, compare lo stesso identico deserto di mille chilometri fa e sinceramente il mio entusiasmo non contribuisce a spingere sui pedali. Lo stesso calore e ancora lo stesso pensiero di non avere abbastanza acqua, in più zanzare micidiali mi stanno cominciano a pungere dovunque. Non ho tregua, sono costretto a pedalare fortissimo per togliermele di dosso ma queste bastarde mi pungono sottovento sulla schiena e soprattutto sul culo tra le trame delle braghe di nylon. Mi fermo per bere tre secondi e ne avrò una decina già addosso. Perfino ai post di blocco la polizia mi fa segno di non fermarmi per non essere mangiato vivo. Alla sera ho 38 punture sulla chiappa destra e 21 sulla sinistra, ma che giornata di merda. Continuo a salire in un paesaggio sempre più arso dal sole e spesso mi passa per la testa di passare in Cile al prossimo svincolo ma il desiderio di vedere le Ande del nord dell’Argentina mi trattiene sulla strada. Quello che mi ostino a fare tutti i giorni sembra non avere per me più senso. Non è il Tibet che ad ogni pedal spinto appariva una meraviglia, lago, montagna o fiume che fosse. Poi se aggiungo che da queste parti ci sono già stato mi viene logico pensare che per pretendere lo stupore quotidiano sto sbagliando qualcosa. Decido quindi di accelerare il mio andare verso nord visto che per la prima volta non ho tempo illimitato ne tautomero le finanze. Domani caricherò la bici su un pullman fino a Salta e da li via verso il Cile per una strada mai fatta e quasi impossibile.

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ANDE ALTISSIME

18/04/2011

A parte l’ostello nuovissimo in cui mi trovo Salta conserva quella bella aria leggermente trasandata che mi ricordavo. Qui sono nel mezzo delle Ande e la gente di queste valli non ha nulla a che vedere con il resto dell’Argentina, discendono direttamente dai popoli nati e vissuti qui da centinaia d’anni e la loro cultura m’affascina molto di più, fino ad ora ho viaggiato praticamente in Europa.

Parto presto al mattino su per una valle finalmente verdissima, mi sembra di essere per le montagne sopra casa mia solo che le fattorie che incontro sono stupende costruzioni in stile coloniale piene di animali e gente che lavora i campi, il tempo sembra essere fermo agli inizi dell’ottocento. Ben presto comincio a scendere per la costa del monte in una vegetazione quasi amazzonica, solo negli stretti tornanti filtra un po di sole per il resto sto pedalando in un tunnel di liane e alti alberi tropicali. Mamma che felicità, era da una vita che non ero sulla bici così preso dal panorama e da quello che mi succede attorno, sono sereno e finalmente il pensiero si rilassa e torna nella mia condizione ideale di viaggio. Riprendo a fantasticare sul futuro e a pensare alla gente che amo, le gambe da sole si rimettono a spingere con più forza e il viaggio ritorna la mia essenza vitale e rigenerante. Jujuy è un’altra cittadina andina che già conoscevo, alla sera in un ostello vengo a sapere della tragedia che ha sconvolto il Giappone e cerco di alleviare il dolore di una ragazza che non ha più notizie della sua famiglia presumibilmente coinvolta nella tragedia. Grazie a Dio al mattino riceve una mail dalla sorella che la tranquillizza. Mamma mia che notte d’angoscia. Molto più sereno riprendo i pedali e lascio il paese col fresco dell’alba. Sulla mia strada incontro decine di piccoli negoziati che vendono foglie di coca e me ne compero un bel sacchetto in previsione dell’alta quota che presto incontrerò. Nulla di particolarmente interessante fino allo svincolo per Purnamarca un ridente paesino dedito al turismo e pieno di musica e folclore. Diritto andrei in Bolivia ma l’ho già visitata e stavolta non posso fare lo stesso errore due volte, al salar de Uyunin devo preferire quello di Atacama che non conosco quindi seguo per il Cile per una strad che non conosco e prevedo grandiosa.

Alla mattina il cielo e coperto e fa freddo, piano piano comincio la salita che so essere di più di 2000m di dislivello. Ho caricato la bici con cibo e più di 15 litri d’acqua ma nonostante tutte ho il terrore che non sarà sufficiente per la mia permanenza la su inchina alle Ande. Sono consapevole che devo centellinare ogni mia risorsa ma confido nelle foglie di coca per riuscire a controllare la fame e la sete. Appena sopra i 3000m, quando la fatica comincia farsi sentire, più per curiosità che per estrema necessità, comincio a masticare queste curiose foglioline. Dopo aver formato a lato della bocca una bella pallottola di fogli masticate aggiungo del bicarbonato di sodio per dare inizio alla reazione chimica che estrae il principio attivo della pianta. Il bicarbonato ovviamente non è tra le cose essenziali di un viaggiatore in bici ma semplicemente è incluso nel prezzo quando si acquistano le foglie, senza di esso sarebbero praticamente inutili. Dopo alcuni minuti mi sento la bocca intorbidita a mò di anestesia dal dentista, poco dopo non sento più l’affanno per l’altitudine e decisamente ho più voglia di pedalare di prima. Cosa incredibile ma vera, non ho fame ne soprattutto sete. Al culmine della salita sono a 4200m e incomincia a piovere, vedo in lontananza lampi e sento tuoni sempre più vicini. In questa desolazione la mia bicicletta è l’unico pezzo di metallo nel raggio di decine di chilometri e l’idea di essere centrato da un fulmine non mi alletta per niente. Mi affretto quindi a scendere velocissimo verso la pianura per cercare un luogo riparato dal vento che ora sta cominciando a soffiare con vigore.

Non c’è tempo, i lampi cadono sempre più vicini e comincio davvero a preoccuparmi. Scendo velocissimo giù per la discesa con l’intenzione di perdere quota il più possibile in cerca di un clima migliore la giù in pianura, il sole oramai è scomparso dietro alle montagne e intravedo la strada solo nelle schiarite accecanti che precedono i tuoni. Continuare è una follia, non vedo ad un palmo dal naso quindi decido di piantare la tenda a pochi metri dalla strada, immediatamente porto bici e carrello lontani da me e mi rifugio al caldo del mio sacco a pelo sperando di ritrovare il mio fedele destriero ancora intatto l’indomani. Dopo alcune ore il temporale s’allontana e finalmente riesco ad addormentarmi.

All’alba, come nel più bello dei sogni, mi sveglio proprio a ridosso della Salina Grande, una distesa di sale bianchissimo circondato da montagne dai picchi innevati. La notte scorsa avevo perso del tutto l’orientamento e credevo di essere molto più lontano, vedo perfino la mia bici in lontananza e grazie al cielo nessun fulmine l’ha colpita. Felicissimo pedalo giusto nel mezzo di questo deserto accecante su di un lingua d’asfalto nerissima, le montagne tutt’attorno mi proteggono dai venti e la giornata si prevede molto facile e caldissima. Verso il tramonto incomincio a salire di quota e appena scavalco un passo a 4000m si alza un vento impressionante. Pedalare mi è quasi impossibile e lo è anche trovare un riparo per piantare la tenda. La stanchezza ha il sopravvento e la mente non è più lucida, devo fare qualcosa per mettermi al riparo e passare la notte, nel frattempo che pianifico cosa fare il vento soffia sempre più forte. Oramai stremato trascino la bici su per una piccola valle in salita alla mia destra, sprofondo nella sabbia e per fare cinquanta metri c’impiego più di mezz’ora. Secondo i miei calcoli qui avrei dovuto essere al sicuro dalla tormenta ma non abbastanza. Incomincio a montare la tenda con maniacali precauzioni per non farla volare via ma soprattutto per non strappare il telo. Monto la prima parte tenendola ferma con tutte le borse e legandola ovunque ma sono su un letto di sabbia e i picchetti si sfilano alla prima raffica. Uso come ancora il carrello e la bici poi con delle pietre fisso gli altri tiranti. Dopo un’ora di pazienza e meticolosi controlli riesco finalmente ad entrare in tenda ma di dormire non se ne parla. Il vento è fortissimo e il rumore del telo sconquassato da questa immensa forza fa un fracasso che prendere sonno è impossibile. Nemmeno con i tappi ho un po di sollievo e aspetto impotente lo sfinimento totale per cadere addormentato, nel frattempo temo di continuo per le sorti della mia tenda ma sembra che possa resistere anche per questa volta. Ovviamente mi è impossibile cucinare e placo i crampi da fame con gli ultimi biscotti che mi sono rimasti, domani mattina faro’ colazione con una pasta.

All’alba non si muove nulla, non tira nemmeno una leggera brezza ma comunque fa freddo e non sono per nulla riposato. Rimetto la bici in strada e mi dirigo con tutte le forze che ho verso il passo de Jama che segna il confine tra Argentina e Cile. Fino alle due del pomeriggio tutto bene, poi all’improvviso si alza il solito fortissimo vento proprio mente sto iniziando la salita. E’ fortissimo come quello che mi piegava le gambe in Patagonia ma stavolta sono in salita e a quote proibitive, posso solo spingere la bici e accelerare per arrivare dall’altra parte e trovare un riparo per la notte. Non ho scampo e mi devo fermare spesso per riprendere fiato e cercare infondo all’animo un briciolo di motivazione per continuare. Dopo il passo drammaticamente non incontro la discesa ma continuo a salire, su e sempre più su…di nuovo la notte sta per arrivare e il vento rafforza il suo tormento. Non vedo nulla all’orizzonte che mi possa riparare questa notte ma continuo anche col buio con la forza della disperazione. Fa freddo e il GPS segna 4500m. Non c’è nulla di peggio per il morale che avere delle informazioni sbagliate. Secondo le mie carte i 4300m del passo di Jama, superato alcune ora fa, doveva essere la quota massima ma qua si continua a salire e non me ne capacito il perché. Distrutto e spaesato decido di lasciare la strada alla ricerca di un luogo decente per passare la notte. Attorno a me solo una distesa di pietra già coperta di ghiaccio e sferzata da un veto fortissimo e gelido. Butto la bici perterra e mi rannicchio dietro al carrello sperando che la natura cessi il suo supplizio almeno per darmi il tempo di montare la tenda. Rimango in una specie di torpore catatonico non so per quanto, quasi mi addormento. Mi riprendo un’attimo e il buio pesto attorno a me mi da un brivido di paura che mi pervade la schiena, solo alla vista delle stelle mi ritorna la mente lucida e decido di montare la tenda in qualche maniera. Riempio il primo telo con tutte le borse, lo ancoro con i picchetti coperti da pietre pesantissime e mi trascino dentro tenendo con le mani il tessuto non teso per impedire che si strappi. Così coperto solo da questo sottile telo senza l’armatura in alluminio rimango immobile per alcune ore. Però la temperatura si sta’ abbassando drasticamente e ho bisogno di montare il secondo telo e di entrare nel sacco a pelo. Esco e di nuovo ci metto un sacco di tempo per montare del tutto la tenda.

Finalmente entro e mi metto addosso tutti i vestiti che ho: due paia di calze, due pantaloni, il pialle e la giacca, il passamontagna e i guanti. Mi infilo nel sacco a pelo e non passa molto prima che incominci a tremare dal freddo. Non posso chiudere occhio ma penso quasi che sia un bene, con questa temperatura non so cosa mi può succedere durante il sonno.

Appena vedo una flebile luce filtrare dal telo della tenda mi precipito fuori, è l’alba e l’incubo è finito…il vento non c’è più e mi preparo in velocità a ripartire per uscire il prima possibile da questo inferno gelido. Le bottiglie d’acqua che avevo con me nella tenda sono completamente congelate, sono dei blocchi durissimi, nemmeno in Tibet mi era mai successo. Anche per questa mattina non se ne parla di fare colazione, confido nel sole che fra qualche ora sorgerà per sciogliere il ghiaccio così mi farò una pasta. Salgo ancora ma per fortuna senza vento, immense lagune bellissime mi fanno quasi commuovere, sarà la stanchezza o il punto estremo in cui la mia mente si trova ma l’inferno di ieri oggi mi sembra un paradiso. Fa caldo e finalmente l’acqua è di nuovo allo stato liquido. Davanti ad una laguna dove le cime attorno vi si specchiano mi metto a cucinare e riesco a dimenticare quello che fra qualche ora mi aspetterà. Come da copione verso le due si alza il solito vento, quasi lo saluto come un vecchio nemico che s’incontra sempre davanti in ogni battaglia e il buon pasto fatto prima mi fa credere di avere le carte per poter avere la meglio. Inizio a salire di nuovo e non mi capacito perché, 4600m, 4700m…arrivo con la bava alla bocca a 4870m e finalmente la Dea dell’attrito volgente mi benedice e incomincia la discesa. Ma porca puttana, la bici non va cazzo! spingo come un deficiente anche in discesa e non riesco a superare i 7 K/h. E’ un incubo, dovrei scivolare a più di 50 Km/h ma sono praticamente fermo. Basta! la mia mente vacilla e la motivazione scompare del tutto, è di nuovo rabbia quella che spinge sui pedali e mi sento un niente dinanzi a questa natura immutata da secoli ma che oggi considero arrabbiata solo con me. Spingo e spingo ma non mi pare di muovermi. Mi dico: “arrivo fino alla prossima curva così vedo cosa c’è più avanti”, non c’e’ nulla e allora voglio arrivare alla prossima e così via fino alla follia. Un barlume di saggezza mi impone di piantare la tenda prima delle tenebre per non fare la fine delle notti passate. A fianco di un cumulo di terra lasciato da qualche ruspa durante la realizzazione della strada trovo un riparo appena sufficiente per deviare la forza del vento e almeno per sta notte dovrei avere una minima tranquillità che mi concigli il sonno. Crollo sfinito.

Aprofitto delle fredde ore dell’alba per percorrere chilometri preziosi prima che il vento ritorni. Mi aggiro sempre su una quota di 4700/4800m ma oggi dovrei raggiungere le valli calde e aride di San Pedro de Atacama. Consono che l’incubo finisce oggi riesco a incanalare tutte le mie ultime energie per portarmi via da quassù ma non è uno scherzo. Quasi che la natura lo sentisse mi manda il sua sciagura più spietata quest’oggi alle undici del mattino e la mia battaglia quotidiana mi sorprende impreparato. Discendo lentamente aggirando imponenti montagne innevate, il paesaggio è mozzafiato e mi aiuta a distrarmi dal mio supplizio, lentamente perdo quota e piano piano fa più caldo. Sotto i 3800m il vento comincia a perdere la sua forza e lo saluto sconfitto ma felice di abbandonare il campo di battaglia con la coda tra le gambe. Imbocco una discesa infinita lunga più di trenta chilometri che mi porta veloce come un proiettile giusto nell’affollatissimo centro di San perdo de Atacama. Turisti da tutte le parti, bancarelle e negoziati ovunque, e pensare che per una settimana la su non ho visto anima viva. Spaesato mi giro verso le montagne e già mi manca quella solitudine e quei palpitanti istanti di vita, ora qui sono uno dei tanti…lassù ero l’unico.

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TRASFERIMENTO IN ECQUADOR

19/04/2011

Ora sono stanco e quel che più m’assilla e che la strada che dovrò percorrere nelle prossime settimane l’ho già fatta. In questa parte di Cile ho passato un sacco di tempo durante la convivenza con la mia salvatrice dalla acque colombiana. Non ho per nulla voglia di cuocermi sotto il sole attraverso un deserto monotono e che ho già conosciuto, dovrei pedalare per più di due mesi tra Cile e Perù per rivedere le stesse città e gli stessi luoghi, inoltre mi pregiudicherei l’opportunità di visitare paesi in cui non sono mai stato come l’Ecuador e la Colombia. Ho bisogno di stimoli costanti e forti per trovare ogni giorno la motivazione che mi permette di trascinare la bicicletta in cima alle salite più difficili e attraverso le valli più torride. Rifletto sul da farsi ma ci metto poco a decidere di buttare la bici in un pullman e saltare i posti che già conosco per darmi la possibilità di arrivare fino sulle coste dei Caraibi. Salgo su un bus che va verso nord e in un paio di giorni sono già a Lima. Qui incontro Gianni, mio compaesano anche lui perso nel mondo per trovarsi. Passiamo un paio di giorni splendidi all’insegna della più nobile tradizione di Santorso…fiumi d birra. Ci raggiungono Silvia e il suo fidanzato anche loro amici scledensi che sono a Lima per fare del volontariato. Ci voleva una sana e spensierata rimpatriata. Parto poi subito per il nord del Perù fino alla spiaggia di Mancora. Qui è dove ho rischiato seriamente di affogare e dove sono stato sottratto dalle acque da una surfista colombiana che poi è diventata la mia ragazza e con la quale abbiamo vissuto in Cile per un po di tempo. Rivedo tutti gli stessi posti, gli stessi bar sulla spiaggia e riabbraccio alcune vecchie conoscenze. Ma oramai quel luogo magico non esiste più; case, ristoranti e discoteche sono cresciuti a dismisura e quel tratto di spiaggia dove sono rinato dopo la mia “morte” è ora cementato da un bagnasciuga paragonabile a quello di qualsiasi spiaggia italiana. Con un po di tristezza sorseggio una birra contemplando il mare, ciò che eravamo non tornerà mai più e nemmeno i luoghi a noi cari saranno gli stessi che noi custodiamo nei nostri ricordi…nulla è per sempre e questo è tutto. Velocemente riprendo la strada lungo la costa fino al confine con l’Ecuador e la tensione alla dogana è tangibile. Mille occhi scrutano il mio livello d’attenzione, sembra di essere in una giungla piena di predatori che al mio minimo tentennamento mi assaliranno tutti assieme per lasciarmi in mutande. Compiere le procedure doganali senza mai perdere di vista la bici non è cosa facile e appena mi distraggo con l’ufficiale di guardia due tizzi armeggiano sulle mi e borse. Corro incazzato nero sbraitando nel mio dialetto (eccellente per rappresentare questo sentimento al massimo della furia) e scongiuro il peggio, poi l’intervento della polizia di frontiera fa passare tutto come spaventosamente normale e quasi mi prendono per il culo. Li prego di piantonare la bici mentre sarò nell’ufficio a farmi timbrare il passaporto e al ritorno il mio preziosissimo mezzo è ancora li ma due birre mi sembra obbligatorio lasciarle come dazio agli agenti. Che frontiera schifosa, però ora sono in Ecuador e di nuovo o davanti la strada, la casa che ora più conosco.

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