Diario di viaggio: Sud America

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PREPARATIVI

16/12/2010 Valle dell’Orco, Casa.

Ferventi preparativi per la partenza, la bici è quasi pronta e il biglietto c’è l’ho in tasca…

Sono partito molte volte per altrettante destinazioni ma mai come questa volta senza minimamente avere un’idea di dove disfare lo scatolone con la bici ne tanto meno come trasportarlo. Ho solo un volo su Buenos Aires e nient’altro, da li poi vedrò come scendere il più a sud possibile per poi risalire per qualche strada. Ora mi aggiro per casa con sta scatola immensa tra i piedi, ho timore a guardarla perché già m’immagino che incubo sarà spostarla ma come al solito questa risulterà la parte più difficile e stressante del viaggio… una volta che le ruote toccheranno la strada sarà pura vida. Stanotte diversamente da sempre ho perfino voglia di dormire, l’ansia non mi sta facendo visita oggi, sono felice di avere chiuso i mille casini rimasti in sospeso con il viaggio precedente e mi aleggia intorno una felice malinconia per le persone che non vedrò per molto tempo. Mi sento stupidamente leggero ed è quello che andavo cercando da troppo tempo. Da domani mi sarà praticamente impossibile prevedere ogni giorno dopo, mi voglio lasciar portare dal viaggio stesso perdendomi con immenso piacere fra le terre più desolate e remote delle americhe. Con li occhi socchiusi guardo le sacche impermeabili che saranno la mia casa per molti mesi e non mi curo davvero se li dentro mancherà qualcosa di importante…ora voglio solo andare verso dove non so.

 

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PATAGONIA CONTRO VENTO

19/01/2011

Mi sono accorto immediatamente che aver buttato la bici su di una mappamondo a caso per decidere dove andare non è stata la più geniale delle mie mosse ma forse l’unico modo per trovare il coraggio di ripartire dopo le delusioni del viaggio appena concluso. Basterebbe solo in nome Patagonia a far suscitare emozioni ed immagini della natura più selvaggia del pianeta, lande desolate sferzate da venti implacabili. Purtroppo preso a buttarmi il mio passato prossimo alle spalle non ho badato troppo a dove stavo andando e me ne sono reso conto a pieno solo pedalandoci dentro. Una strada sulla mappa è solo una linea, che sia d’asfalto o di sassi è una cosa umanamente affrontabile con la bici ma se si aggiunge il vento più forte e insistente e la desolazione più assoluta ecco che si ha la ricetta perfetta per un’avventura al limite della follia. Parto da Rio Gallegos all’estremità sud dell’Argentina e lasciandomi lo stretto di Magellano alle spalle inforco la bici lungo la leggendaria Ruta 40 con il solo desiderio di ricominciare a pedalare per ritrovare quell’estasiato stato d’animo del viaggiatore che ho perduto per la via qualche tempo fa. Quasi come un cavallo spronato spingo forte sui pedali e esco dalla cittadina come un missile certo che percorrerò i 320 km che mi separano da el Calafate in due giorni. Errore madornale! Ho caricato “giustamente” poco cibo e acqua e il pensiero mi terrorizza appena mi rendo conto dello spaventoso vento che mi soffia in faccia, nonostante i miei immani sforzi non riesco a spingere la bicicletta a più di 7/8 km all’ora e nelle leggere salite vado più veloce a piedi. Sembra di combattere contro un nemico invisibile contro il quale ogni sforzo è vano. Inutili anche le mie preghiere per indurlo a cessare almeno di un po ma la sua forza sembra aumentare di pari passo con la mia stanchezza, mi arriva leggermente di tagli verso sinistra e devo compensare tenendo la bici inclinata un bel po, al passaggio di quei rari camion la forza che sto contrastando cessa d’improvviso per qualche istante e quasi cado rovinosamente. Anche se mi fermo devo tenere la bici con tutte e due le mano se no me la spinge giù per il fosso. Quali due giorni…se arrivo in tre sono davvero fortunato. All’orizzonte nuvole rapide stanno portando pioggia, le gocce d’acqua sparate in faccia mi impongono gli occhiali anche se tutt’attorno sembra notte e il vento non accenna a diminuire. E’ stupore il mio più che pura, avevo sentito parlare molto di questa natura rabbiosa ma mai avrei pensato così tanto. Tutti quelli che ho conosciuto che hanno percorso questa strada lo hanno fatto da nord verso sud con vento a favore, credo che loro volassero spinti da tele forza. Io invece lotto per ogni metro e dopo dieci ore di vani sforzi pianto la tenda sotto l’unico arbusto incontrato in tutti i 100km fatti oggi. Puntello tutto con cura e monto la tenda degna di un campo base in alta quota, oltre ai picchetti rincalzo con pietre e pezzi di legno per ancorare tutti i tiranti per immobilizzare la mia casa altrimenti qua stanotte non si chiuderà occhio. All’ultimo colpo di pietra sul picchetto mi giro e un cavallo impennato mi appare a cinque metri, l’incessante sibilo del vento non me l’ha fatto sentire. Scende un ometto basso basso ma con un grande sorriso sdentato “Hosè Guerrero de Martin muco gusto” mi allunga la mano e con quell’inconfondibile accento argentino mi inizia a domandare un sacco di cose. La sua serenità mi tranquillizza un poco nonostante mi da conferma che il vento qui non cessa mai ma quel ch’è peggio è che soffia sempre nella stessa direzione e io quindi sono fregato. Mentre mi parla con una mano tiene le redini del cavallo sposta la sigaretta da un lato della bocca, mi da le spalle, e con l’altra fare pipì…se ci provo io mi scappa il cavallo mi piscio sulle scarpe e mi sale il fumo per il naso; sono proprio uomini duri questi gauchos. Si congeda ridandomi la mano che non teneva il cavallo ma io l’anticipo con un’abbraccio che non si sa mai. Che incontro spettacolare, parte al galoppo con una maestria degna di uno nato sulla sella e la sua naturale semplicità e onestà d’animo mi rinfrancano il cuore spaccato dalla battaglia perduta durante il giorno. Gonfio il materassino e crollo quasi in coma stremato e incerto, il cibo non mi basterà.

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E VIA COL SOLITO PIANO B

24/01/2011

Pura idiozia, ecco cosa penso del mio andare a testa bassa contro il vento…non ho un’attimo di tregua e i miei muscoli sembrano scoppiare, procedo troppo lentamente e la pianura davanti a me sembra infinita. Anche quando mi fermo per prendere fiato questa natura non mi da respiro e mi scaraventa la bici di qua e di là quasi a voler staccarmi il manubrio dalle mani. Mi sento un buono a nulla mentre cado da fermo, qualsiasi movimento io faccia mi rende sempre più vulnerabile a questa incessante bufera che approfitta di ogni mia distrazione per ribadire il suo inimmaginabile potere. Mi sento impotente e sperduto, attorno a me solo la strada e un’infinita steppa che si perde all’orizzonte. In parecchi episodi perdo le staffe, inizio a spingere la bici a mano visto che vado più forte che sui pedali, non è, comunque, però, cosa facile e di frequente devo, con sforzi tremendi, violentemente rimetterla in strada …mi sembro il tenente Dag in “Forrest Gump” sul pennone della barca per gamberi che urla e sfida il vento. Le mie grida di sfogo soffocate dal frastuono della tormenta, a volte, non le sento nemmeno. Trovare un riparo per mettere la tenda e per cucinare è un’utopia. La strada è costeggiata per tutta la sua lunghezza da un fitto recinto che impedisce ai numerosi animali selvaggi di raggiungere la strada e causare incidenti, io quindi sono rilegato su questo pezzo d’asfalto e nei 5 m di panchina lato per lato…altro non ho. La fortuna vuole che una mandria di non so che ha divelto lo staccionata, ci sono migliaia d’impronte e le seguo. Stringendo i denti riesco a portare la bici su per una collina e la parcheggio leggermente sottovento al lato opposto. Fischia ancora come un forsennato ma non v’è posto migliore ed io sono stanco morto. Pianto la tenda di nuovo come se fossi in un campo base di un ottomila ma stavolta per un pelo il vento non la strappa. Impossibile cucinare ma mi è rimasto del pane e un pò di formaggio. Nella notte di dormire non se ne parla.

All’alba la storia non cambia, lo stesso vento e la stessa strada deserta. Dei due giorni di viaggio che avevo previsto sono già al terzo, non riesco ad andare più veloce dei 5 Km all’ora e mi sento stanco come se avessi corso il giro d’Italia. Oggi di testa ci sono un pò di più, direi che sono quasi felice, comincio a prendere con ironia la immensa follia che sto facendo. La natura qui sprigiona tutta la sua smisurata forza e non permette all’uomo di venire a popolare queste terre. Non sto cercando di combatterla, non più…sono sbigottito da tanta forza e mi compiaccio di non avere ancora rinunciato e aver fatto marcia indietro. All’imbrunire, quando sono più stanco, ecco che il vento se ne accorge e sembra dica “ed ora prendi questo!”. Neanche più oso salire sui pedali, spingo a testa bassa e a denti stretti confidando che il mio istinto, anche per oggi, mi conduca ad un riparo decente. Fortuna vuole che una pietra copra alla meno peggio la tenda che per tutta la notte balla a non finire. L’indomani raccolgo i picchetti quasi tutti sparsi in giro ma non ci sono danni al telo di copertura. Con le ultime forze rimaste pedalo fino al villaggio di El Chalten, avamposto per le leggendarie montagne Fiz Roy e Cerro Torre. Decine e decine di turisti e un’infinità di alberghetti e ostelli. Crollo inebetito in un letto a caso di uno di quest’ultimi ringraziando il cielo che almeno fino a domani non sentirò più il vento fischiarmi nelle orecchie.

L’indomani ho solo male alle gambe, l’umore è di nuovo alto e non ho nessuna intenzione di gettare la spugna. Mi metto a cercare informazioni su come superare le Ande per sfuggire al vento ed andare sul versante Cileno, molto più piovoso e senza strade ma con spazi decisamente meno aperti e, quindi, non soggetto a questo infernale tifone perenne. Incredibile! Nessuno ha idea di come io possa fare…

Con l’immensa fortuna di cui dispongo incontro due brasiliani che sono arrivati dal senso opposto e mi spiegano quale incubo hanno dovuto passare per arrivare fino a qui. Quindi: dovrò passare due enormi laghi con delle barche e la strada, che li mette in comunicazione, è impraticabile con le borse. Loro mi consigliano vivamente di affidare il carrello e le sacche ad un cavallo ma non v’è alcun modo di procurarmene uno. I battelli salpano ogni tre giorni ed io dovrò fare l’impossibile per arrivare in tempo al molo per non aspettare la prossima partenza e rimanere bloccato lassù. Se riuscissi a trascinare il carrello per quelle strade che non esistono dovrei arrivare sulla Carretera Austral in tre giorni. L’impresa ha dell’impossibile e per questo sono eccitato al solo pensiero. Ora preparo i viveri per Dio sa quanti giorni e pianifico la partenza, studierò un modo per caricarmi il carrello in spalla e per guadare i fiumi senza bagnare le mie preziose attrezzature. Se non pioverà potrei anche essere in grado di arrivare all’appuntamento con l’ultimo battello in tempo se, invece, gli imprevisti mi rallenteranno penserò ad un’altro piano… confido tantissimo nella mia voglia di non tornare più a pedalare controvento e , visto come sono andati gli ultimi giorni, mi sento maledettamente convinto che questa è l’unica strada che posso percorrere. Una rinuncia oramai non è più contemplata.

“Noi possiamo solo partire il resto lo fa da solo il viaggio stesso, lui deciderà per dove e verso dove andremo, gli incontri e soprattutto l’istinto faranno tutto il resto…saremo talmente liberi da permetterci di fare decidere la natura per noi”.

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E FINALMENTE CARRETERA AUSTRAL

04/02/2011

La mattina è splendida, non ci sono nuvole all’orizzonte e non tira un fil di vento. Spingo forte sui pedali per arrivare in tempo alla prima barca che mi consentirà di attraversare il Lago del Desierto. Come al solito, per essere pronto ad ogni imprevisto, sono partito maledettamente presto e al molo mi trovo a dover aspettare per delle ore prima che il mio Caronte mi traghetti fino in Cile. Ottimo tempo che spendo a contemplando la meravigliosa natura di questo posto. L’acqua è di un blu intenso, tutt’attorno una foresta di conifere secolari e poco più in su maestosi ghiacciai dalle quali pendici scendono ruscelli che alimentano questo immobile specchio d’acqua. Oggi le fatiche folli dei giorni scorsi mi sembrano già ricordi antichi, perfino i brutti mesi appena trascorsi non li riesco quasi a rimembrare, oggi voglio restare felice e questa imponente e vergine natura mi aiuta alla grande. Il sole mi scalda il viso e il cuore, mi sento sicuro di poter trascinare la bici con il carrello sulla schiena ovunque.

La barca arriva e salpiamo alla volta della sponda Nord, da lontano riconosco numerose sagome di bicicletta di gente che ha percorso la Carretera Austral nel senso giusto, un rapido saluto all’attracco e io continuo solo verso l’ufficio della dogana Argentina. L’immensa fortuna che mi accompagna quando viaggio mi fa incontrare un ometto con dei cavalli e gli affido il carrello…to’, due secondi e mi sono levato di dosso questa preoccupazione che mi faceva dannare non poco. Lo vedo incamminarsi su per il ripido sentiero e ci diamo appuntamento per l’indomani dall’altra parte delle Ande per il prossimo battello. Ancora più felice di quanto lo ero prima monto la tenda sulla riva del lago e sullo sfondo comincia ad apparire l’inconfondibile sagoma del Fiz Roy ora priva del sempre presente mantello di nubi che la circonda. Che splendida veduta, cucino e faccio foto prima di crollare addormentato senza più la persuadente fantasia di come trasportare il mio pesantissimo carrello fino in Cile. La mattina spingo gasatissimo la bici su per la ripida collina ma ben presto sono costretto a caricarmela sulle spalle perché, con le borse dietro, non ci passo per il profondo sentiero. Il percorso è di gran lunga peggiore di come me lo immaginavo, la pioggia della notte l’ha trasformato in una pista di fango e i miei piedi sprofondano fino alla caviglia. La salita mi spacca le gambe e di continuo sbatto violentemente la bici atterra e mi ci accascio sopra per riprendere fiato. Salgo fino ad arrivare ad un fitto bosco dove mi azzardo ad appoggiare la bici a terra e spingerla finalmente; le radici degli alberi e le buche mi fanno desistere dal provare a pedalare ma riesco ad accelerare l’andatura e oramai posso essere tranquillo di arrivare in tempo all’appuntamento con il secondo battello. Nel mezzo del bosco una radura delimita il confine fisico tra i due paesi ma alla dogana Cilena mancano ancora delle ore. Inizia una vecchia strada sterrata e sembra perfetta per la mia bici ora priva dell’ingombrante carrello, in un paio d’ore scorgo il lago O’higgins il mio prossimo ostacolo. Mi catapulto giù per la tanto desiderata discesa e in un batter d’occhio sono all’ufficio d’immigrazione del Cile, al volo faccio le carte per entrare nel paese e giunto al molo ho anche il tempo per lavare la bici e un paio di magliette prime che arrivi il cavallo con il mio bagaglio. Il gaucho arriva poco dopo tutto mesto e mi racconta che la notte scorsa il cavallo si era impigliato e per liberarsi a malmenato il carrello che è tutto storto e gli mancano dei pezzi. Esamino i danni ma, usando un pezzo di ferro come leva, rimetto tutto apposto anche meglio di prima, poi mi tocca quasi litigare perché sto incredibile ometto no vuole che lo paghi per il senso di colpa dei danni che il suo cavallo ha causato.

La barca finalmente parte per Villa O’Higgins l’ultimo centro abitato sulla Carretera Austral e per me il primo.

La sensazione che da ora in poi dovrò solo pedalare è bellissima; appena attraccati sfreccio via come un lampo verso il paese a fare provviste per i prossimi giorni e per trovare un posto dove piantare la tenda. Alloggio nel giardino di un bell’ostello dove mi lasciano usare la cucina. Ci sono altri viaggiatori da ogni dove che vanno in altrettante direzioni ognuno categoricamente senza idee chiare su cosa combina’ nei prossimi giorni aggiro per questo paese. Da buon cuoco faccio pasta per tutti e vengo ripagato da fumi di birra e vino che riscaldano l’atmosfera e trasformano la normale conversazione in discorsi seri sulla vita e sul mondo…L’indomani mi ritrovo solo a fare colazione, gli altri sono ancora tutti sotto i postumi dell’alcol ma io ho troppa vagolai di iniziare finalmente questo viaggio e i giramenti di testa e le vampate di calore passano in secondo piano. Carico di cibo per parecchi giorni inforco la bici e vado verso nord consapevole che non c’è nessuno davanti a me ne nessuno che mi seguirà, spero d’incontrare ogni tanto qualche ciclista nell’altro senso così da avere notizie sulla strada da fare e ricambiare con quelle della strada già fatta. La vegetazione è lussureggiante, sembra più di essere in Amazonia che nell’estremo sud del pianeta, cascate d’acqua scendono da tutte le parti liberate dai ghiacciai appena sopra la mia testa, i fiumi scorrono gonfi al lato della strada e piove a dirotto. Il paesaggio è bellissimo, la foresta sembra nata all’alba dei tempi e uccelli mai visti mi svolazzano davanti di qua e di là. Ho come la sensazione che sarà un viaggio incredibile…

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…NON DEL TUTTO SOLO

11/02/2011

Trovare un posto per mettere la tenda a fine giornata non è una cosa ardua, il più è avere un po di scampo da questa pioggia che cade ininterrottamente da giorni. Molte volte riesco a trovare un boschetto vicino ad un ruscello e le fronde degli alberi mi concedono una tregua, molto più spesso però non mi rimane che montare la tenda a cielo aperto e infilarmi i tappi per le orecchie cercando di isolarmi il più possibile dal fracasso delle gocce sul telo. Dopo una giornata sui pedali con questo tempo inclemente purtroppo non posso godere a pieno della mia casetta di nylon, è sempre bagnata dalla sera prima e io sono fradicio. Senza dubbio l’umore non è alle stelle e non c’è verso di asciugare i vestiti bagnati, sapere che domattina appena sveglio dovrò indossarli gelati e gocciolanti non mi alletta ma sarebbe da folli bagnare anche gli ultimi indumenti asciutti. Spingo con cura i tappi fino ai timpani per trovare sollievo a questo martellamento violento, non riesco nemmeno a sentire la mia voce mentre tento di registrami con la videocamera. E’ altrettanto deprimente svegliarsi all’alba e sentire che quel suono, per attimi dimenticato nel sonno, è ancora presente e con la medesima intensità. Metto in un sacco impermeabile i miei caldi vestiti e m’infilo quelli ancora bagnati, esco e alla meno peggio cerco di sbattere il telo della tenda per togliere l’acqua, l’arrotolo e lo infilo nel suo sacco, purtroppo peserà almeno il doppio così bagnato.Questa mattina in cima ad una piccola salita mi s’avvicina un cagnone più bagnato di me, lo accarezzo senza stizzirmi affatto da quanto puzza e proseguo per la mia strada. Dopo alcuni chilometri mi accorgo che mi sta’ seguendo a qualche centinaio di metro di distanza. A metà mattinata lo vedo ancora dietro, lo avvicino e lo accarezzo di nuovo. Ora sembra che le presentazioni le abbiamo fatte e mi cammina a fianco. Sinceramente lo vedo bello magro e durante una pausa per mangiarmi qualcosa li allungo un paio di pezzi di pane, to’! ecco mi ha scelto come suo padrone…lungo la strada, sempre sotto il diluvio, si mette a ringhiare contro gli altri cani che incontriamo e ogni volta che mi fermo per una foto o per riprendere fiato mi si struscia col suo musone e mi lecca. Se devo dire la verità sta storia di viaggiare con un cane mi sta anche bene, ogni tanto gli parlo o lo richiamo fischiando e lui risponde davvero come se fosse stato da sempre il mio cane. Verso il fine giornata però lo vedo molto stanco e fa fatica a riprendere la marcia dopo le nostre pause, mi viene subito il pensiero che quando la strada sarà asfaltata e io andrò molto più veloce lui non c’è la farà mai a seguirmi ma questo avverrà fra molto tempo e non ci faccio più di tanto caso. La sera cade stravolto vicino alla tenda e non ha nemmeno le forze per trascinarsi sotto ad un albero per sfuggire alla pioggia. Poveretto che pena mi fa, cucino razione doppia di pasta e gli allungo un piatto fumante. La mattina lo vedo bello informa e continuiamo assieme la nostra strada. Dal cielo non smettono di cadere gocce enormi, la pista è quasi un guado ma almeno i grossi sassi sprofondano nel pantano al passaggio delle mie ruote e ho la percezione di fare un po meno fatica, in un villaggio che incontro compro pane per me e un sacco di mangime per sto cane che a conti fatti mi cosa non poco, procediamo lentissimi ma ogni tanto il paesaggio mi rinfranca dalla stanchezza. L’idea di portarmi il cane fin chi sa’ dove m’alletta sempre di più tanto che lo battezzo Baker come il fiume che stiamo risalendo. Per trovare scampo e ristoro mi fermo nel paesino di Porto Beltram perché devo asciugare i miei vestiti inquanto ormai ho le carni con le piaghe. La famiglia che mi ospita è carinissima e mi lascia usare la loro modesta cucina dove preparo per l’ennesima volta una pasta per due. Mi dicono che questo cane l’hanno già visto e che spesso segue i ciclisti, se devo essere sincero un po ci rimango male per non essere l’unico suo vero padrone ma mi era venuto il dubbio quando lo vedevo prendere delle scorciatoie in mezzo al bosco per tagliare i tornanti, mi chiedevo come diavola faceva a conoscere questa strada così bene. L’indomani riparto sempre sotto la pioggia ma stavolta tutto bello asciutto, Baker però è sempre più stanco tanto che sposto la borsa che tengo nel carrello e c’e lo metto sopra ma pesa da fare schifo e la bici si muove a malapena. Alla sera gli do il suo cibo e lo mangia addirittura da sdraiato da quanto è stremato. Va bene che oramai l’ho viziato con tutto sto mangiare ma se continua a seguirmi mi sa che ci lascia le penne. Parlo con i gaucho che incontro se conoscono il padrone di questo cane ma nessuno l’ha mai visto, gli espongo il problema e mi consigliano tutti di chiedere se qualcuno ha bisogno di un cane per le pecore. Mi metto d’impegno e chiedo in ogni fattoria che incontro ma nessuno si fida di un cane non allevato in casa, mi dicono che quello se le mangia le pecore invece ti proteggerle dal puma. Alla fine come unico tentativo non mi resta altro che affidarlo alle cure di qualcuno che li voglia bene e basta e posso tentare solo al prossimo villaggio dopo di che la strada migliorerà e non ce la farà mai a seguirmi, o meglio lo farà di sicuro ma con gravissime conseguenze, ho davvero paura che mi muoia di stanchezza. Per fortuna la pioggia smette d’intensità e arrivo prima del dovuto. Ovviamente al vedere uno in bici con un cane al passo desta stupore e un po di gente viene verso di me curiosa, per passaparola mi indirizzano verso una casa piena di cani ma il problema e lasciare il paese senza che Baker se ne accorga se no indubbiamente mi seguirà. Spiego alla signora della casa la mia storia ed è felicissima di aiutarmi. Gironzolo per il piccolo paesello di Villa Cerro Castillo in cerca di provviste per la mia continuazione e dall’ultimo negoziato vedo sfilare il cane davanti alla porta e sembra che non mi abbia visto. Compro ugualmente le sue crocchette e ne lascio un bel po alla signora, sua futura tutrice, ma me ne tengo un po nella sacca nel caso me lo ritrovi dietro di nuovo. Prendo la via principale e spingo fortissimo fino a che il villaggio sparisce dalla mia vista, se devo essere sincero mi giro spessissimo con la speranza che mi stia seguendo ma sembrerebbe di no. Dopo una trentina di chilometri butto giù la tenda e m’addormento stremato. La mattina seguente il tempo promette bene e non c’è traccia del cane…me ne faccio una ragione e con un po di malinconia inizio la salita, non lo rivedrò mai più ma è stata un’ottima compagnia. Per sette giorni abbiamo viaggiato assieme e ci siamo fatti 600km tutti sotto il diluvio universale. Ora però dormirò con un’occhio aperto in caso qualche puma mi si avvicini troppo nella notte.La montagna sulla quale sto salendo è parsimoniosa e la salita lascia scorrere le ruote lentamente ma senza esasperare le mie gambe, il sole tanto sperato mi riscalda e ben presto sono in maniche corte e pantaloncini, non ci sono macchine e per giunta non sto masticando la polvere, direi che una giornata ideale.Quasi tutti i giorni incontro uno o due ciclisti che viaggiano nel senso opposto e sono meravigliosi attimi, ci scambiamo tutto quello che sappiamo sulla strada appena fatta e per una mezz’oretta si sta’ a chiacchierare sempre con immensa gioia, sembriamo nativi di una tribù dispersa nel mondo che s’incontrano per un’istante, poi ognuno per la sua strada con nel cuore un bel ricordo.Sarà grazie alla bella giornata e allo sterrato un po più decente del solito che oggi la mente si sofferma su pensieri nuovi e mai approfonditi. I Shadu indiani, quei barbuti saggi erranti vestiti d’arancione, dicono che 98 pensieri dei 100 che un uomo fa in un giorno gli ha già fatti…ecco, voglio che questa sia una regola in questo viaggio e desidero riflettere su quelle parti della mia vita dove non ho mai guardato dentro con dovuta curiosità e con la stessa scoprire nuovi aspetti di quello che potrà essere il mio futuro prossimo, voglio che questo pedalare diventi a tutti gli effetti una sorta di meditazione con la speranza che al ritorno non abbia solo un sacco di storie ed aneddoti ma molta più consapevolezza di ciò che sono e soprattutto di ciò che voglio essere. Se aggiungo a tutto questo l’inspiegabile felicità che in questi giorni porto addosso rischi davvero che l’andare per il mondo non sia solo l’attimo di emozioni o lo stupore per le cose nuove ma la strada giusta per rispondere a tutte le mie molteplici domande alla vita.

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DESERTI

07/03/2011

Non manca molto al confine Argentino la strada è più trafficata ma ci sono meno sassi e buche, devo però coprirmi il volto dalla polvere e per l’incredibile sole che mi brucia da lassù. Con cadenza quasi precisa vengo assalito da tafani enormi che non mi danno pace, mi ronzano in faccia e spesso si posano sul naso o sulla bocca nel mentre sto faticosamente inalando tutta l’aria che posso. Pungono e fanno molto male e non c’è verso di cacciarli. Decido quindi di fermarmi ogni qual volta che li ho attorno e non rimonto in sella fin ché no li ammazzo tutti. Non seguo così i miei precetti di vita rispettosa di ogni creatura ma mi fanno uscire pazzo. Si infilano negli anfratti del casco e pungono, io li non li posso raggiungere con una manata ma mi tiro di quegli schiaffi comunque fortissimi con l’intento di fargli più male possibile. Al vedermi da lontano sembro un indemoniato che si prende a pugni in faccia ma ho il solo desiderio di sterminali tutti. Insetti a parte il caldo si fa sentire e quando arrivo alla dogana mi consigliano di fermarmi li fin che non viene sera così da non cuocermi vivo, mi dicono che quest’ondata di calore è davvero inusuale e effettivamente questi 39 gradi davvero mi piegano le ginocchia. Continuo noncurante del pessimo sterrato che ora ho davanti, ho abbastanza acqua nelle bottiglie ma sono stanco morto e sfinito da tutti questi sobbalzi. La concentrazione è sempre al massimo per schivare tutte le pietre più grosse per salvaguardare al meglio le mie gomme non fatte per un percorso così duro. Il battistrada è praticamente scomparso e temo di bucare ad ogni metro. Finalmente arrivo a Trevelin, una vecchia colonia Gallese. Trovo un’ostello carinissimo e per cena mi sfondo con un pezzo di carne di più o meno otto etti, poi esausto m’addormento finalmente in un letto come si deve. 

Dopo un giorno di riposo rimonto in sella ovviamente verso Nord e finalmente sopra un asfalto liscio come un tavolo di bigliardo. La bici corre velocissima con uno sforzo piccolo ma costante, tenerla ad una medi adì 25km/h non è un problema, dopo qualche ora però le salite arrivano ad interrompere la monotonia del piano e ben vengano, la discesa dopo mi rigenera sempre con il fresco del vento sula faccia.  Tappe molto facili è belle, ruscelli e montagne con le cime imbiancate fanno da cornice al mio pigro andare. Quasi ogni notte trovo un’area verde dove piantare la tenda e riesco pure a lavarmi scroccando il bagno a qualche bar lungo la strada. Ora sto ingenuamente ignorando le pene e la sete che patirò fra qualche centinaio di chilometri. In pochi giorni arrivo a Bariloche, una frequentatissima località di villeggiatura sulla riva di un bellissimo lago e regno di escursionisti ed arrampicatori. Il turismo trasbordante di questa città non fa al caso mio ma è il luogo perfetto per riposare e pianificare le tappe successivo. Faccio la conoscenza di due ventiduenni americane che sono arrivate fin qui da sole in bici partendo dall’Ecuador. La semplicità con cui mi raccontano la loro impresa e alcuni aneddoti mi fa di gran lunga ridimensionare la mia personale considerazione, m’inchino davanti al loro coraggio e determinazione e ammaino la bandiera col mio nome che svetta sopra il mio carrello. 

Dopo tre giorni parto come un proiettile per i vicini paesi anch’essi decisamente battuti da mandrie di turisti ogni giorno, dormo con la tenda sulle rive di laghi bellissimi e faccio pure un pezzo di strada con degli altri viaggiatori in bici. Tutto incantevole, facile e molto divertente. Mi sento in una specie di torpore mistico del viaggiatore, a volte penso che veramente potrei arrivare fino in Alaska fregandomene della parola data a chi m’aspetta a casa. Ci sono momenti in cui mi sento in gradi di poter aspirare a  qualsiasi cosa e mi  metto a fantasticare su ciò che farò al mio rientro senza nessun limite di logica. Spesso sfioro il ridicolo nel mio pensare e per un attimo mi sento lontano da chi mi vuole bene e della cosa non ne sento il peso, in questi momenti potrei essere l’unico abitante della terra e ne sarei felice. Per fortuna questi deliri d’onnipotenza durano solo nelle discese, quando ricomincio a stringere i denti ritorno coi piedi per terra e riabbraccio tutti quelli di cui avrei potuto fare a meno pochi minuti prima. Gli affetti sono il vero carburante quando si viaggia o ci si mette in situazioni in cui è richiesta un grande determinazione, solo pensando alle persone care ed amandole al solo ricordo si riesce ad estrarre da noi stessi quella serenità indispensabile per spingere sui pedali e per superare ogni avversità. Il pensiero di un amico o della Nonna che tanto mi manca, mi fanno rivivere tutta la vita fatta assieme e immaginarmi quella che ancora condivideremo. Piani, progetti o semplice bicchierate diventano i sogni futuri da intraprendere nell’assoluta semplicità del volersi bene e basta, senza nessun bisogno di scalare montagne o andare in cerca di Dio.

Per fortuna che gente a cui voglio bene c’è n’è un sacco è gli cito continuamente tutti nella mia mente ogni giorno.

Dopo la città di Zappala non ci sono più laghi ne tanto meno fiumi dove bere, il paesaggio diventa arido e sabbioso, solo bassi arbusti e cespugli spinosi punteggiano la sconfinata pianura. Non si vedono più le recinzioni attorno alla strada segno che qui animali non ce ne sono più. La mia rotta è un’impercettibile salita allo sguardo ma non alle gambe. Infinite rampe d’asfalto mi portano lentissimamente sulla cima di colline dal dorso infinito per poi lasciarmi solo un’attimo di respiro in una breve discesa che finisce presto in un’altra timida ma infinita salita. Non ci sono villaggi ne anima viva, l’acqua sulla quale posso contare è solo quella che porto con me e sembra non bastare mai. Questo pensiero non mi permette di pedalare a cure leggero e anzi mi impone di accelerare per avere più possibilità di trovare rifornimenti. 

Notte con dissenteria e mangiato vivo dalle zanzare. Al mattino sono uno straccio e inizio la giornata con una salita di trenta chilometri. I miei muscoli ricordano solo la salita e le mie gambe oramai hanno dimenticato il movimento del passo, salgo molto lentamente, sono stremato dal mal di stomaco che spesso mi costringe a mollare tutto in mezzo alla strada e correre dietro un cespuglio. Non ci voleva, già non c’è acqua e io mi sto disidratando. Con una frequenza inquietante m’imbatto in carcasse d’animali mummificate dal sole, si sono evidentemente perduti durante le transumanze e ora rimangono solo le ossa ricoperte dalla pelle, il resto sembra essersi dissolto. Non ci sono nemmeno più gli avvoltoi o i falchi sopra di me, mi sembra di essere in oceano aperto lontano da tutto e da tutti. Fra poco m’attende di nuovo lo sterrato e lo temo come non mai, i copertoni oramai sono alla fine e la dissenteria mi piega ancora sul manubrio. Alla sera non mi posso permettere ne una zuppa ne una pasta, l’acqua è troppo preziosa e non la posso sprecare per cucinare così ceno con biscotti e qualche pezzo di pane. Il leggero vento in faccia che non mi ha mai lasciato un istante oggi sembra avercela di nuovo su con me e soffia implacabile su tutta la pianura, se non blocco il freno con un elastico quando fermo la bici mi spinge indietro. Come se non bastasse una folata più forte delle altre mi capotta appena prima che io possa mettere il cavalletto e me lo spezza definitivamente. Questo pezzo di alluminio ,costruito un po nella fabbrica dove lavoravo e un po da un bizzarro carpentiere nel centro di Lhasa, mi ha abbandonato dopo anni di impeccabile servizio. Ora non posso più tirare fuori la videocamera dal carrello ne prendere le bottiglie da dietro perché sono costretto a sdraiare la bici per parcheggiarla, ho un handicap non indifferente e devo risolverlo in qualche maniera.  Dalla mattina alla sera per tre giorni il paesaggio non varia di una virgola, solo la strada muta che s’insinua come una serpe tra queste montagne infinitamente alte per le mie gambe ma troppo basse per fare ombra. Il mio sudore sublima e oramai ho pochissimi viveri. Il vento mi riempie la bocca di sabbia nonostante sia coperto e mi asciuga la bocca fino alla gola, deglutire mi fa male come se ingoiassi fiamme. La lingua mi si gonfia ho sete ma ho davvero troppo poca acqua e la devo centellinare, davanti a me c’è ancora un sacco di strada. Alla fine di questo giorno dove la mia Dea dell’attrito volvente mi ha abbandonato, per trenta secondi mi pervade un’emozione non provata da tempo: il sole è oramai la giù in fondo appena sopra alle cime,tutto si colora di rosso e oro, le ombre dei cespugli si allungano, compaiono qua e la degli uccelli e inspiegabilmente un forte odore di caffè col latte mi pervade, per un breve istante le endorfine incominciano a circolare nel sangue…per questa frazione di vita tutti questi giorni disumani sono stati ripagati. 

L’ultima salita fino a 2000m mi disarma definitivamente, non è più sensata una fatica di questo genere in un’ambiente così ostile alla vita ma soprattutto alla bicicletta. Oramai traggo le ultime energie per salire dall’immensa rabbia che il mio animo sprigiona, sono stanco, ho ancora la dissenteria e il monotono deserto non riesce a darmi più gli stimoli per continuare. Un’altra nuova sensazione: mi sono serenamente “rotto i coglioni”.  Decido che fuori da questo inferno, quando raggiungerò la prossima città, butterò la bici su un pullman e mi farò portare fino a Mendoza 250km più a nord. Cosa strana è che non sono turbato della decisione, non ho mai preso un mezzo durante i mie viaggi per il mondo in bici ma ora mi viene naturale farlo, non mi sento di barare, sono ko e ne prendo semplicemente atto. La bici è a pezzi, le ruote sono vistosamente da riallineare, i freni da cambiare, ma soprattutto ho bisogno di una paio di copertoni da 28″ nuovi. Confido che in città riuscirò a mettere tutto apposto ma ora non ci penso, sono troppo stanco. La mia ultima notte in tenda la passo tranquillo e verso mezzogiorno sono già su un pullman diretto a Mendoza…

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PUNTO DI STALLO

30/03/2011

In quel torpore unico da soddisfatta stanchezza mi aggiro leggero per Mendoza, io qua ci sono già stato qualche anno fa per scalare l’Aconcagua e non ha quindi per me il fascino della bella città piena di meraviglie da scoprire, però la compagnia nell’ostello è delle migliori e metto in pratica il mio piano “relax”; non devo fare niente per almeno due giorni, solo mangiare e fare smaltire l’acido lattico alle gambe, devo riprendermi al meglio per continuare il viaggio. Senza colpo ferire l’allegra combriccola trovata mi trascina nella sfrenata movida notturna argentina. Ragazzi e ragazze da ogni parte del mondo sono accorsi qui per la settimana della vendemmia e l’imperativo unico è devastarsi d’alcol tutte le notti con la speranza di accoppiamenti improbabili benedetti solo dal Dio Bacco ma effimeri più del nulla. Tutto sommato in queste serate conosco anche dei viaggiatori sulla mia stessa onda  arrivati in questa oasi di festa casualmente o attratti dalle camminate suggestive qui attorno. Ma non ho più voglia di rifare anche qui la stessa festa che ho fatto per anni nei bar sotto casa mia, mi sa d’inutile e, nonostante rientri alle sei della mattina, il giorno dopo alle 9 sono attivo per preparare la bici. Qualche bastardo mi ha rubato la bombola MSR del combustibile per il mio fornello e ora sono davvero nei guai, senza non posso più cucinare. Mi metto alla ricerca di un negozio di alpinismo per la città ma tutto è ancora bloccato dalla festa della vendemmia fatta la notte scorsa. Per fortuna, dopo tre ore di ricerca e mille sensi unici infranti, trovo un negozio in periferia che me ne vende una svenandomi le finanze. Oramai sono le due del pomeriggio ed esco senza troppa fatica del crogiolo di stradoni della città, mi immetto di nuovo sulla “rotta 40″ e continuo sempre verso nord. Come d’incanto, quando i vigneti svaniscono, compare lo stesso identico deserto di mille chilometri fa e sinceramente il mio entusiasmo non contribuisce a spingere sui pedali. Lo stesso calore e ancora lo stesso pensiero di non avere abbastanza acqua, in più zanzare micidiali mi stanno cominciano a pungere dovunque. Non ho tregua, sono costretto a pedalare fortissimo per togliermele di dosso ma queste bastarde mi pungono sottovento sulla schiena e soprattutto sul culo tra le trame delle braghe di nylon. Mi fermo per bere tre secondi e ne avrò una decina già addosso. Perfino ai post di blocco la polizia mi fa segno di non fermarmi per non essere mangiato vivo. Alla sera ho 38 punture sulla chiappa destra e 21 sulla sinistra, ma che giornata di merda. Continuo a salire in un paesaggio sempre più arso dal sole e spesso mi passa per la testa di passare in Cile al prossimo svincolo ma il desiderio di vedere le Ande del nord dell’Argentina mi trattiene sulla strada. Quello che mi ostino a fare tutti i giorni sembra non avere per me più senso. Non è il Tibet che ad ogni pedal spinto appariva una meraviglia, lago, montagna o fiume che fosse. Poi se aggiungo che da queste parti ci sono già stato mi viene logico pensare che per pretendere lo stupore quotidiano sto sbagliando qualcosa. Decido quindi di accelerare il mio andare verso nord visto che per la prima volta non ho tempo illimitato ne tautomero le finanze. Domani caricherò la bici su un pullman fino a Salta e da li via verso il Cile per una strada mai fatta e quasi impossibile.

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ANDE ALTISSIME

18/04/2011

A parte l’ostello nuovissimo in cui mi trovo Salta conserva quella bella aria leggermente trasandata che mi ricordavo. Qui sono nel mezzo delle Ande e la gente di queste valli non ha nulla a che vedere con il resto dell’Argentina, discendono direttamente dai popoli nati e vissuti qui da centinaia d’anni e la loro cultura m’affascina molto di più, fino ad ora ho viaggiato praticamente in Europa.

Parto presto al mattino su per una valle finalmente verdissima, mi sembra di essere per le montagne sopra casa mia solo che le fattorie che incontro sono stupende costruzioni in stile coloniale piene di animali e gente che lavora i campi, il tempo sembra essere fermo agli inizi dell’ottocento. Ben presto comincio a scendere per la costa del monte in una vegetazione quasi amazzonica, solo negli stretti tornanti filtra un po di sole per il resto sto pedalando in un tunnel di liane e alti alberi tropicali. Mamma che felicità, era da una vita che non ero sulla bici così preso dal panorama e da quello che mi succede attorno, sono sereno e finalmente il pensiero si rilassa e torna nella mia condizione ideale di viaggio. Riprendo a fantasticare sul futuro e a pensare alla gente che amo, le gambe da sole si rimettono a spingere con più forza e il viaggio ritorna la mia essenza vitale e rigenerante. Jujuy è un’altra cittadina andina che già conoscevo, alla sera in un ostello vengo a sapere della tragedia che ha sconvolto il Giappone e cerco di alleviare il dolore di una ragazza che non ha più notizie della sua famiglia presumibilmente coinvolta nella tragedia. Grazie a Dio al mattino riceve una mail dalla sorella che la tranquillizza. Mamma mia che notte d’angoscia. Molto più sereno riprendo i pedali e lascio il paese col fresco dell’alba. Sulla mia strada incontro decine di piccoli negoziati che vendono foglie di coca e me ne compero un bel sacchetto in previsione dell’alta quota che presto incontrerò. Nulla di particolarmente interessante fino allo svincolo per Purnamarca un ridente paesino dedito al turismo e pieno di musica e folclore. Diritto andrei in Bolivia ma l’ho già visitata e stavolta non posso fare lo stesso errore due volte, al salar de Uyunin devo preferire quello di Atacama che non conosco quindi seguo per il Cile per una strad che non conosco e prevedo grandiosa.

Alla mattina il cielo e coperto e fa freddo, piano piano comincio la salita che so essere di più di 2000m di dislivello. Ho caricato la bici con cibo e più di 15 litri d’acqua ma nonostante tutte ho il terrore che non sarà sufficiente per la mia permanenza la su inchina alle Ande. Sono consapevole che devo centellinare ogni mia risorsa ma confido nelle foglie di coca per riuscire a controllare la fame e la sete. Appena sopra i 3000m, quando la fatica comincia farsi sentire, più per curiosità che per estrema necessità, comincio a masticare queste curiose foglioline. Dopo aver formato a lato della bocca una bella pallottola di fogli masticate aggiungo del bicarbonato di sodio per dare inizio alla reazione chimica che estrae il principio attivo della pianta. Il bicarbonato ovviamente non è tra le cose essenziali di un viaggiatore in bici ma semplicemente è incluso nel prezzo quando si acquistano le foglie, senza di esso sarebbero praticamente inutili. Dopo alcuni minuti mi sento la bocca intorbidita a mò di anestesia dal dentista, poco dopo non sento più l’affanno per l’altitudine e decisamente ho più voglia di pedalare di prima. Cosa incredibile ma vera, non ho fame ne soprattutto sete. Al culmine della salita sono a 4200m e incomincia a piovere, vedo in lontananza lampi e sento tuoni sempre più vicini. In questa desolazione la mia bicicletta è l’unico pezzo di metallo nel raggio di decine di chilometri e l’idea di essere centrato da un fulmine non mi alletta per niente. Mi affretto quindi a scendere velocissimo verso la pianura per cercare un luogo riparato dal vento che ora sta cominciando a soffiare con vigore.

Non c’è tempo, i lampi cadono sempre più vicini e comincio davvero a preoccuparmi. Scendo velocissimo giù per la discesa con l’intenzione di perdere quota il più possibile in cerca di un clima migliore la giù in pianura, il sole oramai è scomparso dietro alle montagne e intravedo la strada solo nelle schiarite accecanti che precedono i tuoni. Continuare è una follia, non vedo ad un palmo dal naso quindi decido di piantare la tenda a pochi metri dalla strada, immediatamente porto bici e carrello lontani da me e mi rifugio al caldo del mio sacco a pelo sperando di ritrovare il mio fedele destriero ancora intatto l’indomani. Dopo alcune ore il temporale s’allontana e finalmente riesco ad addormentarmi.

All’alba, come nel più bello dei sogni, mi sveglio proprio a ridosso della Salina Grande, una distesa di sale bianchissimo circondato da montagne dai picchi innevati. La notte scorsa avevo perso del tutto l’orientamento e credevo di essere molto più lontano, vedo perfino la mia bici in lontananza e grazie al cielo nessun fulmine l’ha colpita. Felicissimo pedalo giusto nel mezzo di questo deserto accecante su di un lingua d’asfalto nerissima, le montagne tutt’attorno mi proteggono dai venti e la giornata si prevede molto facile e caldissima. Verso il tramonto incomincio a salire di quota e appena scavalco un passo a 4000m si alza un vento impressionante. Pedalare mi è quasi impossibile e lo è anche trovare un riparo per piantare la tenda. La stanchezza ha il sopravvento e la mente non è più lucida, devo fare qualcosa per mettermi al riparo e passare la notte, nel frattempo che pianifico cosa fare il vento soffia sempre più forte. Oramai stremato trascino la bici su per una piccola valle in salita alla mia destra, sprofondo nella sabbia e per fare cinquanta metri c’impiego più di mezz’ora. Secondo i miei calcoli qui avrei dovuto essere al sicuro dalla tormenta ma non abbastanza. Incomincio a montare la tenda con maniacali precauzioni per non farla volare via ma soprattutto per non strappare il telo. Monto la prima parte tenendola ferma con tutte le borse e legandola ovunque ma sono su un letto di sabbia e i picchetti si sfilano alla prima raffica. Uso come ancora il carrello e la bici poi con delle pietre fisso gli altri tiranti. Dopo un’ora di pazienza e meticolosi controlli riesco finalmente ad entrare in tenda ma di dormire non se ne parla. Il vento è fortissimo e il rumore del telo sconquassato da questa immensa forza fa un fracasso che prendere sonno è impossibile. Nemmeno con i tappi ho un po di sollievo e aspetto impotente lo sfinimento totale per cadere addormentato, nel frattempo temo di continuo per le sorti della mia tenda ma sembra che possa resistere anche per questa volta. Ovviamente mi è impossibile cucinare e placo i crampi da fame con gli ultimi biscotti che mi sono rimasti, domani mattina faro’ colazione con una pasta.

All’alba non si muove nulla, non tira nemmeno una leggera brezza ma comunque fa freddo e non sono per nulla riposato. Rimetto la bici in strada e mi dirigo con tutte le forze che ho verso il passo de Jama che segna il confine tra Argentina e Cile. Fino alle due del pomeriggio tutto bene, poi all’improvviso si alza il solito fortissimo vento proprio mente sto iniziando la salita. E’ fortissimo come quello che mi piegava le gambe in Patagonia ma stavolta sono in salita e a quote proibitive, posso solo spingere la bici e accelerare per arrivare dall’altra parte e trovare un riparo per la notte. Non ho scampo e mi devo fermare spesso per riprendere fiato e cercare infondo all’animo un briciolo di motivazione per continuare. Dopo il passo drammaticamente non incontro la discesa ma continuo a salire, su e sempre più su…di nuovo la notte sta per arrivare e il vento rafforza il suo tormento. Non vedo nulla all’orizzonte che mi possa riparare questa notte ma continuo anche col buio con la forza della disperazione. Fa freddo e il GPS segna 4500m. Non c’è nulla di peggio per il morale che avere delle informazioni sbagliate. Secondo le mie carte i 4300m del passo di Jama, superato alcune ora fa, doveva essere la quota massima ma qua si continua a salire e non me ne capacito il perché. Distrutto e spaesato decido di lasciare la strada alla ricerca di un luogo decente per passare la notte. Attorno a me solo una distesa di pietra già coperta di ghiaccio e sferzata da un veto fortissimo e gelido. Butto la bici perterra e mi rannicchio dietro al carrello sperando che la natura cessi il suo supplizio almeno per darmi il tempo di montare la tenda. Rimango in una specie di torpore catatonico non so per quanto, quasi mi addormento. Mi riprendo un’attimo e il buio pesto attorno a me mi da un brivido di paura che mi pervade la schiena, solo alla vista delle stelle mi ritorna la mente lucida e decido di montare la tenda in qualche maniera. Riempio il primo telo con tutte le borse, lo ancoro con i picchetti coperti da pietre pesantissime e mi trascino dentro tenendo con le mani il tessuto non teso per impedire che si strappi. Così coperto solo da questo sottile telo senza l’armatura in alluminio rimango immobile per alcune ore. Però la temperatura si sta’ abbassando drasticamente e ho bisogno di montare il secondo telo e di entrare nel sacco a pelo. Esco e di nuovo ci metto un sacco di tempo per montare del tutto la tenda.

Finalmente entro e mi metto addosso tutti i vestiti che ho: due paia di calze, due pantaloni, il pialle e la giacca, il passamontagna e i guanti. Mi infilo nel sacco a pelo e non passa molto prima che incominci a tremare dal freddo. Non posso chiudere occhio ma penso quasi che sia un bene, con questa temperatura non so cosa mi può succedere durante il sonno.

Appena vedo una flebile luce filtrare dal telo della tenda mi precipito fuori, è l’alba e l’incubo è finito…il vento non c’è più e mi preparo in velocità a ripartire per uscire il prima possibile da questo inferno gelido. Le bottiglie d’acqua che avevo con me nella tenda sono completamente congelate, sono dei blocchi durissimi, nemmeno in Tibet mi era mai successo. Anche per questa mattina non se ne parla di fare colazione, confido nel sole che fra qualche ora sorgerà per sciogliere il ghiaccio così mi farò una pasta. Salgo ancora ma per fortuna senza vento, immense lagune bellissime mi fanno quasi commuovere, sarà la stanchezza o il punto estremo in cui la mia mente si trova ma l’inferno di ieri oggi mi sembra un paradiso. Fa caldo e finalmente l’acqua è di nuovo allo stato liquido. Davanti ad una laguna dove le cime attorno vi si specchiano mi metto a cucinare e riesco a dimenticare quello che fra qualche ora mi aspetterà. Come da copione verso le due si alza il solito vento, quasi lo saluto come un vecchio nemico che s’incontra sempre davanti in ogni battaglia e il buon pasto fatto prima mi fa credere di avere le carte per poter avere la meglio. Inizio a salire di nuovo e non mi capacito perché, 4600m, 4700m…arrivo con la bava alla bocca a 4870m e finalmente la Dea dell’attrito volgente mi benedice e incomincia la discesa. Ma porca puttana, la bici non va cazzo! spingo come un deficiente anche in discesa e non riesco a superare i 7 K/h. E’ un incubo, dovrei scivolare a più di 50 Km/h ma sono praticamente fermo. Basta! la mia mente vacilla e la motivazione scompare del tutto, è di nuovo rabbia quella che spinge sui pedali e mi sento un niente dinanzi a questa natura immutata da secoli ma che oggi considero arrabbiata solo con me. Spingo e spingo ma non mi pare di muovermi. Mi dico: “arrivo fino alla prossima curva così vedo cosa c’è più avanti”, non c’e’ nulla e allora voglio arrivare alla prossima e così via fino alla follia. Un barlume di saggezza mi impone di piantare la tenda prima delle tenebre per non fare la fine delle notti passate. A fianco di un cumulo di terra lasciato da qualche ruspa durante la realizzazione della strada trovo un riparo appena sufficiente per deviare la forza del vento e almeno per sta notte dovrei avere una minima tranquillità che mi concigli il sonno. Crollo sfinito.

Aprofitto delle fredde ore dell’alba per percorrere chilometri preziosi prima che il vento ritorni. Mi aggiro sempre su una quota di 4700/4800m ma oggi dovrei raggiungere le valli calde e aride di San Pedro de Atacama. Consono che l’incubo finisce oggi riesco a incanalare tutte le mie ultime energie per portarmi via da quassù ma non è uno scherzo. Quasi che la natura lo sentisse mi manda il sua sciagura più spietata quest’oggi alle undici del mattino e la mia battaglia quotidiana mi sorprende impreparato. Discendo lentamente aggirando imponenti montagne innevate, il paesaggio è mozzafiato e mi aiuta a distrarmi dal mio supplizio, lentamente perdo quota e piano piano fa più caldo. Sotto i 3800m il vento comincia a perdere la sua forza e lo saluto sconfitto ma felice di abbandonare il campo di battaglia con la coda tra le gambe. Imbocco una discesa infinita lunga più di trenta chilometri che mi porta veloce come un proiettile giusto nell’affollatissimo centro di San perdo de Atacama. Turisti da tutte le parti, bancarelle e negoziati ovunque, e pensare che per una settimana la su non ho visto anima viva. Spaesato mi giro verso le montagne e già mi manca quella solitudine e quei palpitanti istanti di vita, ora qui sono uno dei tanti…lassù ero l’unico.

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TRASFERIMENTO IN ECQUADOR

19/04/2011

Ora sono stanco e quel che più m’assilla e che la strada che dovrò percorrere nelle prossime settimane l’ho già fatta. In questa parte di Cile ho passato un sacco di tempo durante la convivenza con la mia salvatrice dalla acque colombiana. Non ho per nulla voglia di cuocermi sotto il sole attraverso un deserto monotono e che ho già conosciuto, dovrei pedalare per più di due mesi tra Cile e Perù per rivedere le stesse città e gli stessi luoghi, inoltre mi pregiudicherei l’opportunità di visitare paesi in cui non sono mai stato come l’Ecuador e la Colombia. Ho bisogno di stimoli costanti e forti per trovare ogni giorno la motivazione che mi permette di trascinare la bicicletta in cima alle salite più difficili e attraverso le valli più torride. Rifletto sul da farsi ma ci metto poco a decidere di buttare la bici in un pullman e saltare i posti che già conosco per darmi la possibilità di arrivare fino sulle coste dei Caraibi. Salgo su un bus che va verso nord e in un paio di giorni sono già a Lima. Qui incontro Gianni, mio compaesano anche lui perso nel mondo per trovarsi. Passiamo un paio di giorni splendidi all’insegna della più nobile tradizione di Santorso…fiumi d birra. Ci raggiungono Silvia e il suo fidanzato anche loro amici scledensi che sono a Lima per fare del volontariato. Ci voleva una sana e spensierata rimpatriata. Parto poi subito per il nord del Perù fino alla spiaggia di Mancora. Qui è dove ho rischiato seriamente di affogare e dove sono stato sottratto dalle acque da una surfista colombiana che poi è diventata la mia ragazza e con la quale abbiamo vissuto in Cile per un po di tempo. Rivedo tutti gli stessi posti, gli stessi bar sulla spiaggia e riabbraccio alcune vecchie conoscenze. Ma oramai quel luogo magico non esiste più; case, ristoranti e discoteche sono cresciuti a dismisura e quel tratto di spiaggia dove sono rinato dopo la mia “morte” è ora cementato da un bagnasciuga paragonabile a quello di qualsiasi spiaggia italiana. Con un po di tristezza sorseggio una birra contemplando il mare, ciò che eravamo non tornerà mai più e nemmeno i luoghi a noi cari saranno gli stessi che noi custodiamo nei nostri ricordi…nulla è per sempre e questo è tutto. Velocemente riprendo la strada lungo la costa fino al confine con l’Ecuador e la tensione alla dogana è tangibile. Mille occhi scrutano il mio livello d’attenzione, sembra di essere in una giungla piena di predatori che al mio minimo tentennamento mi assaliranno tutti assieme per lasciarmi in mutande. Compiere le procedure doganali senza mai perdere di vista la bici non è cosa facile e appena mi distraggo con l’ufficiale di guardia due tizzi armeggiano sulle mi e borse. Corro incazzato nero sbraitando nel mio dialetto (eccellente per rappresentare questo sentimento al massimo della furia) e scongiuro il peggio, poi l’intervento della polizia di frontiera fa passare tutto come spaventosamente normale e quasi mi prendono per il culo. Li prego di piantonare la bici mentre sarò nell’ufficio a farmi timbrare il passaporto e al ritorno il mio preziosissimo mezzo è ancora li ma due birre mi sembra obbligatorio lasciarle come dazio agli agenti. Che frontiera schifosa, però ora sono in Ecuador e di nuovo o davanti la strada, la casa che ora più conosco.

Diario di viaggio: dall ‘Italia all’ Uzbekistan

Dall'Italia all' Uzbekistan

LUNGO IL FIUME SAVA

12/06/2010 Croazia

Viaggiare per conoscere, per vedere luoghi che non immagino…viaggiare per essere migliore. Con questo propositi molti anni fa ho inforcato gli spallacci di uno zaino e mi sono diretto verso quel luogo ignoto che più mi ispirava. Da allora molte evoluzioni, molti luoghi vissuti e migliaia di vite incrociate. Tutte mi hanno lasciato un frammento di loro e viceversa, sono convinto che noi diveniamo la somma delle persone che incontriamo sul nostro cammino, per brevi attimi o per intensi amori formiamo giorno per giorno il nostro corredo vitale attingendo da esperienze altrui e da combinazioni delle nostre con le loro…non v’è progresso senza confronto. Forse è per questa ragione che lascio la mia fedele e rassicurante solitudine per condividere ogni instante di questo nuovo viaggio con l’amico Simone. Abbandonare la presunta infallibilità della mia mente per accettare confronti su qualunque banale scelta non è nella mia natura, anzi…la mia sopravvivenza fino ad ora la devo all’istinto innato di trovare soluzioni immediate a problemi improvvisi senza badare se la migliore ma solo alla volontà di attuarla. Ma questo lo so già fare e non basta per essere migliore. Convinco me stesso ogni giorno che la straordinarietà delle emozioni decuplica se le si condividono, se senti in più di uno percepisci la realtà, se discuti su di essa la capisci; altrimenti tutto prende la forma del compiacimento di un pittore per il suo quadro e non si proveranno mai nuove combinazioni di colori e nuove tendenze impressioniste. Oggi voglio mischiare terra di Siena con rosso carminio e dipingere quello che accade intorno a me. Voglio mettere in discussione il mio classico metodo di affrontare ogni evenienza e addolcirlo con sfumature d’azzurro e grigio, voglio imparare ad ascoltare non solo quello che mi affascina ma anche quello che considero inopportuno. Senza dubbio viaggio con la persona più adatta per insegnarmi questo e molto altro. Purtroppo la partenza non è delle più spensierate. La bici e pesantissima e il cambio sembra stia per abbandonarci, in più le nostre energie devono trovare in fretta un equilibrio altrimenti i problemi che già abbiamo si sommeranno con quelli che ci aspetteranno. Soluzioni a mia avviso ce ne sono e le domino, ma stavolta non sono solo e le menti differenti elaborano inevitabilmente piani differenti. Solo grazie a infelici discussioni è comune l’idea di spedire avanti l’equipaggiamento invernale per poi ritrovarlo più in la, si pensa così di alleggerire il carico e lasciare respirare il cambio. Se la cosa non bastasse dovremo sostituirlo con qualcosa di meno sofisticato ma solido, tale operazione è di una complicanza non comune e il risultato finale spaventa. Come se non bastasse imparare a gestire il sito internet da qui non è cosa banale. Ad ogni problema esiste una soluzione ma dobbiamo riportare al massimo la nostra forma mentale e legare in fase non solo la pedalata ma le energie. L’umore deve inevitabilmente essere eccellente e sinceramente fino ad ora ci siamo messi alla prova anche fin troppo per vedere se tutto questo sarà possibile. Non ho dubbi che fra qualche migliaio di chilometro saremo un solo motore e una sola mente ma per ora è tutto troppo nuovo e come per la migliore macchina messa assieme dall’uomo ci vuole rodaggio. Vedo con fiducia i prossimi chilometri e comincio a sentire già l’odore del prossimo mare che vedremo assieme. Ora pedaliamo sotto questo sole amico ma che non ci aveva avvertito della sua potenza improvvisa, abbiamo viveri e non temiamo la sete, già diversi chili li abbiamo dati in pegno alla dea dell’avventura…e sappiamo che ci vuole bene e ce li renderà al prossimo inverno. Non v’è lamento ne ritrattazione ma entusiasmo e aspettativa…noi andiamo avanti.

Dall'Italia all' Uzbekistan - Serbia

VERSO BELGRADO

19/06/2011 Serbia

Spaccati i primi mille chilometri, sapere che ne abbiamo ancora quattordici volte tanti non ci spaventa per nulla, anzi ci eccita. Fin qui non è stata una passeggiata, sia per il caldo sia per la messa in fase perfetta delle nostre due strane menti. Però alla fine le decisioni importanti nascono spontanee e i problemi si appiattiscono, la strada invece a volte no e spingere il nostro pachidermico tandem fino in cima le colline toglie davvero fiato. Fin dalle prime pedalate il cambio si è messo a funzionare male, è decisamente compromesso e quasi pedaliamo in punta dei piedi per non sentire il tonfo finale che lo seppellirà. La decisione è presa, va cambiato al più presto. Siamo consapevoli che vista la tecnologia e la rarità di questo attrezzo non possiamo chiedere assistenza alla prossima città che incontreremo, abbiamo bisogno di un’intervento dalla casa madre che ci sostituisca questa scatola magica indecifrabile. Fin dai miei primi giri per il mondo è legge muoversi con le cose più banali e facilmente recuperabili in ogni dove, invecie ci siamo fidati della garanzia assoluta…ma per ogni oste il suo vino è sempre il migliore di tutti. Comunque nei prossimi giorni qualcosa ci inventeremo e speriamo che stavolta l’oste ci mandi il vino dell’annata nuova fin qui nei Balcani…se no berremo birra. Un problema così grosso metterebbe fuori combattimento parecchi viaggiatori, primo perché difficile da risolvere e secondo perché successo appena fuori casa. Nel nostro caso invece ci sta’ rinforzando ed è quasi una manna dal cielo che ci sta’ dando il tempo di riflettere su di noi. L’errore di valutazione fatto alla partenza mi costa dubbi e delusioni, questo viaggio è decisamente troppo diverso dai miei precedenti, non riesco ad assaporare il mondo come sempre, non sento la libertà scorrere sotto le ruote, ogni decisone da prendere la valuto mille e più volte, prima l’istinto faceva da se ora la responsabilità per l’incolumità di Simone quasi mi angoscia. L’indiscutibile sicurezza che avevo conosciuto in lui quando preparavamo il viaggio l’ho vista svanire metro dopo metro e la sua inesperienza di viaggio non mi aiuta per nulla.. questa vita non gli viene spontanea e sta’ combattendo mille sue battaglie interne dovute alla disabilità che io nemmeno oso immaginare…Come ho potuto non fare queste considerazioni? in più non lo aiutano di certo i mie stati d’animo ombrosi e irritati dovuti al 100% delle responsabilità sulle spalle e al mio istinti di viaggiatore soffocato. La cosa così non può andare…ha bisogno della mia energia per poter cominciare a vedere, ha bisogno della mia esperienza per sentirsi sicuro, ha bisogno del mio maccheronico inglese per conoscere e fare esperienze. Con queste conclusioni non si gira alla prossima boa per tornare a casa e dire “ci eravamo sbagliati è troppo difficile”, No! Ora le carte le abbiamo scoperte e mettendo da parte i nostri titanici orgogli la rotta è una nuova, sempre verso Est ma con l’equipaggio consapevole di paure e bisogni uno dell’altro. Non sarà più il viaggio di Dino e Simone che vanno in India…ma di Dino che porta Simone in India…e sarà bellissimo! Non siamo veggenti ma qualcosa ci dice che in qualche modo sarà sempre in meglio. Fra qualche giorno si pareranno dinanzi a noi le prime vere salite, con esse qualche leggera brezza che spazzerà via questa afa dannata. Se le cose vanno come le abbiamo indirizzate noi il cambio nuovo dovrebbe aspettarci in Bulgaria a casa di un amico che ci ha contattato, poi vedremo se magari fare un tuffo nel mare della Grecia o proseguire semplicemente verso la Turchia.

Dall'Italia all' Uzbekistan - Turchia

DIREZIONE SOFIA

30/06/2010 Bulgaria

Siamo partiti da Belgrado ancora confusi dai postumi dell’incredibile ospitalità serba, le pietanze offerteci la sera della partenza ci pesano sullo stomaco come macigni ma l’entusiasmo per le persone conosciute ci spinge come vento in poppa. Scendiamo il fiume Morava cercando la pianura il più possibile, dolci colline e immense campagne ci accompagnano quasi fino alla noia ma la pioggia arriva e spazza via la monotonia. Tappe forzate di 150km per arrivare in fratta in Bulgaria per sostituire il cambio danneggiato dal troppo carico. Con il nuovo assetto alleggerito la bici è estremamente più maneggevole e sicura, uno specchietto retrovisore montato al volo ci rende l’andare più facile tra queste strade a volte trafficate. Da Jagodina prendiamo per le aperte campagne  e lasciamo la piana superstrada, ancora più sali e scendi e dal celo acqua ininterrottamente. Ci perdiamo non poche volte ma anche senza chiedere qualcuno si avvicina e a gesti ci fornisce tutte le indicazioni per tornare sulla giusta strada, ancora l’ospitalità di questo popolo ci stupisce. Da Nis partiamo sempre sotto un diluvio incessante e ci portiamo al confine Bulgaro seguendo la veloce ma trafficata superstrada. La pioggia ti mette addosso quella strana atmosfera un pò malinconica che riporta a galla quei pensieri romantici mai conclusi, molte ore del nostro pedalare sono state dedicate a questi. A Dimitrograd ci rattristiamo coi serbi per la partita persa e l’indomani varchiamo l’ennesimo confine, siamo in Bulgaria. La strada sembra fatta per la bici, falsopiani susseguiti da discese lunghissime, tutt’attorno prati e pinete mentre all’orizzonte suggestive colline rocciose. Il Tandem fila veloce come il vento e non ci curiamo nemmeno dei randagi che tentano di inseguirci. In breve tempo arriviamo a Sofia dove è più dura tenere a bada i bambini zingari che tentano di rubarci la bandiera del carrello. Domani visiteremo la città e poi partiremo per Plovdiv dove c’è già il cambio nuovo che ci aspetta, speriamo di essere in grado di montarlo, ma ora che ci penso non abbiamo alternative. Le forze sono a regime e le gambe vanno sempre di più.

Dall'Italia all' Uzbekistan - Turchia

TRA EUROPA E ASIA

10/07/2010 Bulgaria

La bici che ci viene incontro è bassa, va veloce e chi guida ha i casco…non credo sia bulgaro. E’ Fabio, si è sposato qui a Plovdiv e ha messo su una spettacolare famiglia. Ci accompagna a casa sua dove è stato mandato il nostro tanto desiderato cambio nuovo. I suoi genitori, appena ripartiti, hanno lasciato il frigo pieno di “soppressa” e “grana”, commovente!…ci abbuffiamo e facciamo mattina raccontandoci le nostre vite. L’indomani pulisco il terrazzo, preparo tutti gli attrezzi come fossero strumenti chirurgici. Lucido la bici e studio la ruota nuova. Grondo sudore e capisco poco, comincio a smontare. Mi saltano in mano le sfere dei cuscinetti e questa non è una buona cosa e comunque riesco a seguire alla lettera le istruzioni mandatemi. Con la tensione di un intervento a cuore aperto richiudo il tutto e ingrasso per bene, ora vedo se il paziente riprende conoscenza. La ruota gira e le marce ingranano tutte. E vai! ora si può arrivare davvero fino in India. Qui in Bulgaria i girasoli non guardano il sole, è un paese dal basso profilo e non ci trasmette l’energia di cui abbiamo tanto bisogno per continuare il nostro viaggio. Pedaliamo attratti dall’oriente e in due giorni varchiamo il confine Turco, ad Edirne troviamo un alberghetto tutto scassato, ci frangano palesemente sul prezzo, per la strada ci fanno pagare il kebab il doppio…tutti gesti odiosi ma che mi fanno tornare in bocca il tanto desiderato gusto del viaggio. Le moschee, le donne col velo, l’Islam…ora tutto è ancora più nuovo per noi, ora tutto è davvero interessante. L’Europa da cui veniamo è a trenta chilometri da qui ma ci sembra lontanissima. Eccitati facciamo rotta per Istanbul. L’adrenalina per l’arrivo in questa leggendaria città fa miscela con la tensione per il più caotico traffico mai visto. Condurre questi quattro metri di bici a dieci centimetri dal guardrail e a cinque dagli immensi fianchi di camion mette davvero a dura prova il mio sangue freddo che al momento bolle. Sfiancato ripiego su una strada a caso per tenerci stretta la vita. Sempre a caso seguendo il mare arriviamo al cospetto della Moschea Blu. Un mese di dura fatica mai nemmeno immaginata per giungere nella città che destava il mio interesse solo quando la sentivo nominare nelle canzoni e nei racconti di viaggiatori un bel po più vecchi di me, ora servitami su di un piatto d’argento pronta per essere esplorata il più non posso. Sempre lasciando decidere alle fatalità capitiamo in una guesthouse non comune. Sarà perché forse è la più economica di tutta la città ma i viaggiatori di mezzo mondo sembrano aversi dato appuntamento qui e io non potevo mancare. Gente che arriva da ogni dove, gente che è in giro da anni o che per anni ancora lo sarà, gente con storie assurde ma che le credi vere solo perché ti è quasi successa la stessa cosa, gente che è stata tra le giungle e tra i deserti, gente che ti dice dove è meglio andare e gente che andrà dove gli hai detto tu, gente che è riuscita a varcare i confini di paesi proibiti, gente che ha lasciato la loro casa per ritornarci migliore…semplicemente gente come me. Energia! Quest’ultima si è impossessata di Simone che comincia a rodare con l’inglese e quello che ci mancava compare come d’incanto. L’incontro con quello che è il mio mondo gli ha fatto forse intendere che, anche se fin qui è stata davvero dura, ne è valso la pena. Girovaghiamo per la città con amici vari e le notti le viviamo fino all’alba. Questa attrazione fatale per quest’ostello ci fa quasi dimenticare lo scopo del nostro viaggio ma il mattino della partenza il dolore al sedere che compare fin dal primo chilometro c’e lo ricorda immediatamente. Ora rotta verso la Cappadocia, ora rotta verso dove non so.

Dall'Italia all' Uzbekistan - Cappadocia

SU E GIU’ A CASO

30/07/2010 Turchia

Quando si viaggia senza meta apparente ne direzione sono gli incontri che ti dirottano verso luoghi che nemmeno la tua mente immagina, solo così il futuro che t’aspetta è inimmaginabile. Ci dirigiamo verso Ankara senza le idee tanto chiare; le strade sono piatte e il traffico purtroppo non è una rarità. Facciamo sosta sotto ad un tendone per bere del cay e un turco elegante e spigliato in un ottimo inglese si interessa del nostro strano mezzo. Senza mezzi termini ci invita a prendere subito verso il sud senza badare alle grandi città monotone del centro Anatolia. Ci fa vedere alcune strade sulla mappa e a noi ci piace, ci ricorda un amico comune e il gioco è fatto, va bene al prossimo incrocio giriamo a sinistra allora. Riempiamo le borracce e tentiamo invano di pagare il conto. Dirigiamo quindi verso anonimi villaggi mai sfiorati da turista e d’incanto siamo gli unici abitanti della strada. La bussola punta esattamente verso sud e dirigiamo verso Goreme al centro della Cappadocia. Speravo in saliscendi più docili ma siamo motivati, gli incontri sulla strada iniziano e finiscono sempre con sorrisi e gesti di stima per quello chetiamo facendo. Ovviamente l’inglese è più raro dell’ombra in queste zone ma non incontriamo grossi problemi, i turchi si fanno in quattro per aiutarci. Molte volte telefonano per vedere dove possiamo trovare una sistemazione per la notte o ci offrono rimesse degli attrezzi. Questa mattina però la dea dell’attrito volgente che prego ogni notte prima di addormentarmi è furente, non basta una salita mozzafiato, un’infinita lingua di catrame fresco attende la ghiaia che si trasformerà in asfalto. Colla, è semplicemente colla. Sputiamo l’anima ad ogni pedalata ma anche con la discesa la faccenda non cambia, si deve spingere…nella mia vita di viaggiatore il catrame ancora caldo mi mancava. Sembra non finire mai. La ghiaia poi c’incasina ancora di più e la bici s’impianta. Solo la disperazione ci muove. Tentiamo una deviazione su per una salita che guardandola sai già che deve scender e spingere, non c’è sulla mappa ma l’incostanza ci guida. Mai cosa è stata più giusta, in cima c’è una fontana…l’hanno messa per noi si direbbe. Il paesaggio si apre su infinite distese di grano e la strada bianchissima la posso intravedere fino all’orizzonte…non c’è più salita. Alla notizia Simone spinge come un treno e come per incanto ci ricongiungiamo con la dannata strada incatramata ma un lembo lasciato intonso ci lascia proseguire senza problemi. Ora siamo scesi dalle montagne e la pianura tanto desiderata in due giorni ritorna ad essere una noia mortale. Siamo obbligati a tappe lunghissime per trovare posti dove dormire, il mio compagno ha bisogno di un po’ di tempo per abituarsi a dormire dove capita ed effettivamente qui il sole sorge alle 5 e dopo un quarto d’ora già brucia. Pedalare di notte è cosa molto stupida ma i nervi sono apposto e non corriamo rischi più di tanto. All’arrivo in queste sperdute cittadine destiamo parecchio stupore e abbiamo sempre sconti e le camere migliori. Una mattina c’appare sulla nostra destra un immenso lago di sale, obbligatoria tappa ma andarci dentro tenendo d’occhio la bici non è facile, optiamo per un turno di guardia. Ci sommergono flotte di turisti Italiani che scendono di corsa da lussuosissimo pullman, non ci degnano di uno sguardo, siamo invisibili. Particolare che a me non dispiace ma che a Simone lascia un po’ sgomento. L’indomani siamo a Goreme, un paesino costruito dentro le grotte scavate nei secoli dai monaci bizantini e da popolazioni greche succedutegli. La meta turistica in primis di queste terre e per noi un luogo ideale per riposarci dopo più di una settimana di pedalata non stop. Spavaldi l’indomani si prende la bici per visitarne i dintorni ma conveniamo in perfetta sintonia che è una cazzata, noleggiamo una motoretta e perlustriamo l’intera zona con tappe di più di duecento chilometri al giorno. Di viaggiatori come ad Istanbul neanche l’ombra ma sono molto interessanti le amicizie che facciamo. Dopo un po’ di giorni anche le più belle chiese affrescate o i paesaggi mozzafiato stancano e diamo l’addio alla cappadocia ammirando il tramonto dal punto più alto della valle. Non siamo soli su questo immenso masso di tufo denso di cunicoli e terrazze. Sulla cima il suono di un clarinetto accompagnato da due chitarre crea la colonna sonora perfetta per vedere il sole scomparire, mi devo ricredere, non sempre i turisti sono inutili. Simone si isola su di un masso mentre io armeggio con la macchina fotografica, non so’ cosa riesce a vedere ne a cosa sta’ pensando, immagino che questa melodia gli faccia bene. Al ritorno ho la prova che non mi sbagliavo e mi dice che finalmente sta’ entrando a pieno in questa avventura, ha parlato al vento la su e ha avuto una risposta. Ora dirigiamo verso est convinti di procedere dormendo in tenda sia per assaporare al meglio questa terra sia per risparmiare ma soprattutto per cominciare a fare i viaggiatori seri. Impossibile, veniamo invitti prima a cena e poi in un convitto di studenti dove rifacciamo un’altra cena e parliamo liberamente dei nostri sogni. Gli stessi, assolutamente gli stessi. I ragazzi quì hanno le nostre medesime idee sul mondo e la tenerezza con cui facciamo conversazione è toccante. Ci ringraziano di essere capitai sulla loro strada e di avergli dato speranza. Rimaniamo senza parole. Solo un’ombra su tutto, maledetti Kurdi. A pochi chilometri da Malatya foriamo per la prima volta e come un macigno mi travolge l’angoscia di aver trascurato terribilmente la nostra bici. Che deficiente, ma come ho potuto commettere un errore simile, io che rinunciavo al gasolio per cucinare pur di pulire il cambio della mia vecchia bici in Tibet. La risposta è lampante quanto la mia stupidità…non c’è ancora il feeling giusto tra la mia mente e ciò che sto facendo…mi sembra quasi un lavoro più che il mio sogno, è triste ma sto prendendo coscienza che non ho tutti i ricettori attivi ne la concentrazione per cogliere quello che mi circonda, sono in una bolla trasparente fuori dal conteso in cui sono ora. L’immensa responsabilità nei confronti di Simone, gli sponsor, l’eco mediatico, ecc ecc, sono tutti elementi che non avevano mai fatto parte dei miei viaggi e non riesco ad assimilarli. Fino ad oggi ho pedalato sempre guardandomi avanti cercando di scorgere l’orizzonte a più non posso. Ora invece mi guardo indietro, sto attento a come comportarmi con Simone e con tutti quelli a cui devo gratitudine, non riesco ad assaporare quello che mi accade. Mi piacevo indubbiamente di più tante tempo fa. Il mio primo pensiero era quello di riempirmi i polmoni d’aria pura ogni mattina appena messo il naso fuori dalla tenda, ora il mio primo pensiero è se sto facendo la cosa giusta. Non sono pronto per una convivenza con un disabile in questo contesto e ho nostalgia della mia libertà, quando sono molto stanco sapere che sto facendo un’immensa fatica in più del solito mi fa quasi impazzire e sapere che non ho una spalla su cui poggiare nei momenti di sconforto è terribile. Desidero un rimedio e rifletto ai limiti della meditazione e il primo passo lo faccio nell’amare questo tandem come tutti i mie fedeli cavalli meccanici precedenti. Lo puliamo fino all’ossessione e togliamo tutto il catrame dai freni e dai parafanghi, mi accorgo che il pneumatico posteriore ha subito un’usura sorprendente a causa di detriti appuntiti inglobati del catrame, nei prossimi giorni lo invertirò con quello davanti. Sostituisco i freni mentre Simone ingrassa le selle, perfino il mozzo dietro è piegato, il troppo carico lo ha quasi spezzato e sapermi così vicino ad una rottura tanto grave mi da la nausea. Ora la bici è pulita e si sente un po’ più amata, sembra avere il motore, piccolo, non potente, facciamo meno fatica, sembra ci sia meno attrito, la mia dea sta’ cominciando ad avere un’occhio di riguardo per me.

Dall'Italia all' Uzbekistan - Deserto turkmeno

LE PRIME DURE PROVE IN SALITA

10/09/2010 Armenia

Andiamo allora verso l’Iran. La revisione del piano “B” comporta per noi quasi 2000km di strada in più. Ora non attraverseremo più l’Azerbaijan e poi il Mar Caspio ma scenderemo verso sud per poi proseguire attraverso tutto l’Iran verso est e di nuovo verso nord. Questo vuol dire che dovremo davvero andare di corsa altrimenti quando saremo sull’Himalaya sarà già inverno e il confine Pakistano sarà chiuso e quindi addio India in bici. Ne siamo pienamente consapevoli e sappiamo che il viaggio, già molto complicato fino ad ora, sarà ancora più pieno di tensioni e di decisioni drastiche e repentine. Ora non possiamo più permetterci di perdere tempo, dobbiamo studiare nei dettagli la rotta e il modo per avere nel minor tempo possibile tutti i frustranti visti che ancora ci mancano. Adesso si fa sul serio e speriamo che i nervi tengano Abbiamo il visto Iraniano finalmente, la fortissima energia di questo particolare ostello ci ha dato la grinta che un po’ sera persa lungo la strada per arrivare fino a qui. Siamo gli unici svegli e ci facciamo spazio sul tavolo per fare colazione tra le decine di bottiglie vuote , la piccola festa per il nostro tanto atteso documento ha lasciato il segno persino in testa, come un maglio sento il cuore pulsare sulle tempie…prometto basta vodka. Tiriamo la bici in strada e le catenarie nuove luccicano al sole, in questi giorni le abbiamo fatto una profonda manutenzione e ci sembra che possa affrontare al meglio la strada che c’aspetta. Lasciamo Tibilisi consapevoli che sarà tutta pianura fino al prossimo confine, questo ci mette buon umore e la bici sfreccia senza problemi. Le procedure burocratiche Armene filano lisce come l’olio e in men che non si dica ci troviamo a pedalare dentro strette valli fresche di pini e ruscelli. La strada comincia a salire ma il paesaggio riesce a distoglierci dalla fatica, si intravedono verdi pascoli la su ma i tornanti che ci separano dalla cima di questo passo sono ancora molti. Prima dell’imbrunire Simone è stanco e per oggi decidiamo che ottanta chilometri bastano, questo mi preoccupa non poco, le salite che dovremmo affrontare saranno dieci volte più ripide, infinitamente più difficili e 3000 metri più alte, sapere il mio compagno distrutto per così poco non mi fa dormire la notte. Partiamo per ciò all’alba per recuperare chilometri preziosi. Fa freddo e i villaggi appaiono ancora avvolti nel sonno sotto una coperta di bruma che a poco a poco il sole dissolve, anche i cani sembrano appena sveglie per oggi evitano di rincorrerci inferociti. Mattinata da cartolina tipo Svizzera e la discesa devo dire che c’e l’aspettavamo. Filiamo come missili su un’ottima strada deserta in direzione del lago Savan che qui chiamano mare. Siamo ospiti della madre di un amico armeno che ci raggiunge per cena, i brindisi a nostro favore sono molteplici e al limite del troppo. Impariamo in fretta il trucchetto di non finire mai il bicchiere e bere minuscoli sorsi così è improbabile che ancora alcol venga versato. Ci dilettiamo poi a vedere come questo posto di villeggiatura armeno attragga giovani per il fine settimana che si scatenano con le nostre stesse musiche estive ma con eleganti movenze delle danze classiche di questi posto che fanno di ognuno un provetto Gherrison. La strada per Yerevan ci fa un baffo e prima del buio arriviamo in un’accogliente anonimo ostello pulitissimo e con un bibbia sopra ogni letto. Il nostro soggiorno qui è dettato solamente dall’esigenza di recuperare denaro liquido per vivere il Iran inquinato nessuna carta di credito funziona e bisogna avere dollari alla mano. In più sto cercando di farmi aiutare da un’agenzia online per preparare i documenti per il visto Uzbeko da ritirare “Inshallha” a Tehran. Grazie al nostro amico Armen veniamo ricevuti dall’ambasciatore Italiano per una piacevolissima chiacchierata sul nostro progetto e per un’intervista per un quotidiano locale e uno il lingua russa. Beviamo perfino caffè di moca e vino nostrano. Nello stesso tempo festeggiamo il compleanno di Simone in pompa magna e la nostra promessa di non toccare più vodka c’e la siamo giocata al primo brindisi. Un’altra mattina che richiede quaranta minuti di doccia gelata e poi via a d assaltare tutte le banche della città per vedere come fare a recuperare tutti quei dollari. Missione non facile per di più interrotta da capogiri etilici troppo frequenti per l’importanza dell’operazione. C’è la necessità di partire l’indomani ma siamo in acqua alta e la tensione è alle stelle, su idea di Simone un intervento provvidenziale di mio padre che, anticipandoci il pagamento di un bonifico da casa, aggira le banche Armene appena chiuse per il fine settimana. Sul computer poi fino le tre del mattino per aspettare la conferma che tutti i nostri documenti per l’Uzbekistan siano in ordine. Partiamo come da copione ma stremati dalla troppa burocrazia e dai tempi stretti, ci metto non poco a tranquillizzare il mio socio tentando di spiegargli che solo così riusciremo ad arrivare in Pakistan prima dell’inverno. La guerra appena vinta a furia di mail ci ha fatto risparmiare quindici giorni d’attesa per il visto prossimo. Col broncio e solo l’Ipod come compagno entrambi spingiamo seri sui pedali costeggiando il monte Ararat e imboccando lo stretto corridoio tra l’Azerbaijane e il Nagorno Karabat. Incontriamo poi Simon un “personaggio” tedesco appena partito da Yeravan e fresco di viaggio, la sua bici sembra molto più idonea della nostra su queste colline ma quell’orgoglio che abbiamo in comune io e Simone fa volare il nostro tandem in cima ai passi dove ci prendiamo il lusso perfino di aspettarlo. Campeggiamo una notte assieme e ci pensa lui a smorzare le nostre tensioni. L’indomani ci salutiamo ad un bivio e la nostra solitaria salita ricomincia ma stavolta maledettamente contro vento. La bici non ne vuole sapere di andare più dei quattro chilometro all’ora e sta’ cominciando a fare buio. Questa salita dovrebbe finire intorno ai 1500m ma a 2000m ancora non vediamo la vetta. Tornante dopo tornante decidiamo di usare la corona piccola davanti, sappiamo che questo farà molto molto male al nostro stanco cambio ma non abbiamo scelta, il vento è fortissimo e sarebbe impossibile piantare la tenda (il rapporto di trasmissione così ottenuto imprime uno sforzo eccessivo ai delicati ingranaggi interni del nostro particolare cambio). Decisione imposta dalla stanchezza e dalla frustrazione di non arrivare mai inchina ma mai così giusta. Come per magia la bici torna diritta con la prua al vento e rincuorati risaliamo la montagna curva dopo curva. E’ buio da un paio d’ore e sulla cima intravedo due imponenti colonne ai lati della strada che indicano il passo, mi par di vedere le due sfingi del film “la storia infinita” che fulminavano con lo sguardo chiunque le oltrepassasse con nel cuore anche solo un briciolo di paura. A noi non succede nulla, buon segno. La gioia è immensa e per la prima volta ci riconosciamo l’un l’altro l’eccellente lavoro fatto per arrivare fino a qua su. Solo nelle difficoltà più grandi si hanno le soddisfazioni più toccanti. Purtroppo il nostro futuristico sistema di marce è stato progettato per una mezzo normale e non per una bici che pesa il doppio e caricata all’inverosimile, la scelta sbagliata di questo importante dettaglio si farà sentire come una spada nel cuore quando saliremo le alte e isolate cime himalayane, al momento ho seri dubbi di rimanere a piedi. Rimettiamo la catena sulla corona più grande per salvaguardare la bici e ci precipitiamo giù in discesa, la sotto da qualche parte un posto per mettere la tenda lo troveremo di sicuro. La mattina il vento si rifà vivo con voce grossa ma le dolci colline sono nulla paragonate a quello che abbiamo fatto ieri, per alcuni giorni la storia non cambia fino all’ultimo temuto passo prima del confine Iraniano. Di oltrepassarlo in giornata non ci penso neppure ma la inaspettata determinazione di Simone fa miracoli, arriviamo alla cima che è ancora giorno e ci prepariamo alla ripidissima discesa. Questa mastodontica bicicletta ha una massa tale che per frenarla in discesa i pattini sui cerchioni sviluppano un’attrito talmente prolungato che il calore prodotto fonde il copertone. Maestri di una lezione già studiata e un copertone già perduto scendiamo maneggiando i freni come attrezzi chirurgici e il freno ausiliario di Simone magistralmente adoperato ci fa arrivare al fondo valle sani e salvi ma con l’impianto seriamente usurato. Per fortuna l’Iran che c’aspetta è solo pianura e prossimamente sostituiremo pastiglie e pattini.

Dall'Italia all' Uzbekistan - Georgia

IL PAESE DELLE MERAVIGLIE

30/09/2010 Iran

Dopo le pene patite per avere questo benedetto visto la tensione quando siamo a pochi metri dal controllo di frontiera è alle stelle, per di più stiamo entrando nel paese nemico numero uno dell’occidente e educati dalla nostra televisioni siamo ancora più a disagio. Abbiamo fatto del nostro meglio per occultare le attrezzature video e il GPS, abbiamo pantaloni lunghi e camicia anonima quasi con un pizzico di eleganza; con sguardo sereno e attento procediamo a passo d’uomo verso i militari in mimetica da deserto. Semplice domanda “di dove siete?” alla parola “Italia” un’accenno di sorriso sui loro volti spazza via timori e paure covati da tempo. Al controllo dei passaporti tutto in ordine, poi buttiamo le nostre borse su di un tavolo di metallo e un signore svogliato c’e le fa aprire e ci butta dentro una mano come per pescare un numero della lotteria. Non estrae nulla. “Welcome to Iran” ci dice.Increduli usciamo dalle porte a vetri e senza capire bene da che parte andare inforchiamo la bici e via come schegge col timore che per caso qualcuno non ci richiami indietro per chi sa quale motivo. Seguiamo un lento fiume che costeggia il confine Armeno fino al primo villaggio, siamo in pieno Ramadan e trovare cibo sappiamo che sarà difficile come in Turchia. E invece per nulla. Un negoziato aperto ci invita a svuotarne le dispense e a fare scorta d’acqua e succhi, nel frattempo una folla sorridente e composta circonda Simone e la bici. Sono tutti entusiasti ed educatamente, con una sorta di dolcezza, ci chiedono da dove siamo. Seguono nomi di calciatori famosi e risate spontanee e sincere. Per rispetto non mettiamo bocca al cibo ne tautomero osiamo bere. Ci spostiamo di qualche chilometro fuori dal villaggio e quasi ci soffochiamo di acqua e merendine. La strada è nera e il sole brucia, i nostri già provati pneumatici si usurano a vista d’occhio ma devono durare per appena altri 800km poi a Tehran c’e ne spediranno di nuovi. La prima notte in tenda in suolo iraniano passa serena sotto un cielo stellato da paura. Dirigiamo verso Tabriz ,la prima grossa città sulla nostra rotta. Sfamarci è sempre difficile ma abbiamo scoperto che secondo l’Islam le donne incinta, i bambini piccoli, le persone anziane e i viaggiatori possono mangiare durante il Ramadan. Allora è fatta e troviamo un ristorante che serve pasti ai viandanti. Cerchiamo di recuperare più informazioni possibili sul paese e sulle nostre prossime tappe e un incontro fortuito con una mitica coppia di romani, Vittorio ed Annamaria, che viaggiano in camper fa proprio al caso nostro. Questo è il loro diciottesimo viaggio in questo paese che hanno sposato come seconda casa dopo un’incredibile atto di generosità verso una sfortunata bambina iraniana che ora vive grazie alla loro immenso cuore. Ci indottrinano su un sacco di cose e impensabili per noi occidentali, sembra il paese delle meraviglie con la gente più cordiale di sempre…ma come? se quasi quasi fra un po lo vogliono bombardare? Entusiasti dai loro racconti facciamo rotta verso Tehran e già dalle prime pedalate confermiamo tutto quello raccontatoci su questo meraviglioso popolo dai nostri “zii” romani. Macchine e motorini ci affiancano in continuazione, oramai ho imparato che alla prima incomprensibile domanda devo rispondere “italiano” e alla seconda “India”, c’ho sempre azzeccato fino ad ora. Noto con piacere che i ciclisti made in Italy sono i preferiti da queste parti e, come da sempre sostengo, il rispetto per la fatica ci fa immancabilmente mettere sotto la migliore luce. Ci viene offerta acqua e frutta ad ogni nostra sosta e la sera troviamo sempre qualcuno che ci offre un posto dove mettere la tenda e alla meno peggio un tappeto su dove srotolare il nostro sacco a pelo. Molto spesso ho timore a chiedere se c’è un hotel da qualche parte perché quasi sempre c’è qualcuno che si propone di ospitarci a casa sua per la notte. Una sera, particolarmente stanchi, abbiamo accettato l’Invito di Hossein e siamo stati coccolati con cibo delizioso e lenzuola pulite, la mogli però ha dovuto trascorrere la notte dalla madre. Stupefatti come Alice siamo stati aiutati ogni giorno da perfetti sconosciuti che a tutt’oggi ci telefonano per sentire come stiamo o se abbiamo bisogno di qualcosa. Oggi siamo troppo lontani da Tehran per arrivarci in giornata ma non abbastanza lontani da impiegarci due giorni pieni. Sprono Simone a provare a mettercela tutta per vedere se miracolosamente siamo alla capitale prima di sera, la discussione si prolunga in uno scontro caratteriale ma ho la meglio. La bici vola sulla piatta strada, i muscoli fanno male ma sappiamo che poi ci potremo riposare.Durante un solito accorrere di gente ad una nostra sosta per comperare bottiglie d’acqua uno strano tipo non mi pare interessato troppo al fatto che siamo in bici e insistentemente chiede qualcosa di incomprensibile, quasi scocciato lo mando a quel paese e ripartiamo dopo aver salutato tutti. Nemmeno un chilometro dopo lo vedo superarci con la macchina e accostare, ci fa segno di fermarci e con un sorriso ebete mi fa capire che è della polizia. Ma ti pare mai che questo che pare uno sfigato mi possa chiedere i passaporti. Con un cenno chiama a se un militare in mimetica che prende in custodia Simone ancora sulla bici e apre una porta di un ufficio da dove escono dei presunti funzionari di polizia. Mi confermano il suo ruolo e monto in macchina solo dopo avergli spiegato la situazione del mio compagno che intuisce anche il soldato che lo piantona. Percorriamo tutto il villaggio a ritroso e ci fermiamo davanti ad un muro bianco con una porta di ferro imbiancata con la stessa mano di colore. Un cortile pieno di poliziotti in uniforme e con aria soddisfatta mi si apre davanti, cazzo! Questo tipo mi fa cenno ad entrare e richiude il portone con doppia mandata e mi mette a sedere dentro ad una stanzetta. Senza una parola d’inglese inizia a farmi noie perché il passaporto di Simone è un po sgualcito. Arriva un’altro sbirro, faccia più carina del ruolo che riveste, ma un po basso per essere un bell’uomo. Con un’arroganza da strappargli gli occhi comincia a mimarmi le manette unendo i polsi, e le sbarre della prigione mettendosi la mano a dita aperte sul viso. Mi vuole arrestare. Mille telefonate e poi mi fanno svuotare le tasche e il marsupio. Uno prende l’Ipod e fa segno che lo vuole, figuriamoci. S’innervosisce e riattacca con la mimica dei polsi uniti e della mano sulla faccia. Mi scaldo pure io e voglio andarmene ma mi trattengono, altri poliziotti arrivano alla porta e mi sbarrano la strada. Durante i miei viaggi sono stato arrestato, perquisito e interrogato molte volte ma sempre soffrivo di quell’insicurezza, a volte certezza, di essere nel torto e di dover nascondere qualcosa. Ma questa mattina ero pulito e ingiustamente trattenuto da due che non sapevano a ,mio avviso, che diavolo stavano facendo. I musi si induriscono e cominciano ad alzare la voce. Sono in Iran dopo tutto e non mi sembra proprio il caso di fare il bullo senza paura e alzare la cresta. Dopo quasi un’ora lasciano i passaporti sulla scrivania vicino al mio telefono e mentre raccatto tutte le mie cose gli infilo nel marsupio. Ho questo piccolo vantaggio ora e gioco l’ultima carta. Se funziona, bene, ma se questi s’incazzano di brutto la situazione precipita. Appena quello meno brutto abbassa lo sguardo per finire di compilare chi sa quale modulo al computer prendo il cellulare e m’invento il numero dell’ambasciata italiana che da emerito coglione non ho con me. Simulo una conversazione e ripeto “embassi” “embassi”, poi mi abbasso per leggere il nome di sto pirla sulla targhetta della sua scrivania. Non mi lasciano nemmeno finire. Ok! ok!, finish. Mi riportano alla macchina e mi riaccompagnano da Simone. Alla fine scopro che mentre a me minacciavano di arrestarmi a lui i militari avevano offerto dolcetti e fatto buone conversazione sulla nostra impresa. Che paradossale esempio di com’è questo assurdo viaggio. Decisamente seccato salto sulla bici e tracimo via Simone che saluta i suoi “nuovi amici”. Devo ammettere che quando mi girano le palle spingo molto di più sui pedali e recuperiamo il tempo perso. Con la migliore luce dell’imbrunire entriamo in città e ci sembra un sogno. I quattro metri del nostro mezzo si destreggiano perfino con eleganza tra l’anarchico traffico e inebriato dall’esserci arrivato in un giorno fermo le auto agli incroci a colpi di sinceri sorrisi.

 

Diario di Viaggio: Tibet in bici

Tibet in bici

 

IN PARTENZA

3/08/2007

Manca poco oramai, anzi troppo poco. Gli antichi greci dicevano che per un viaggiatore il viaggio più lungo è quello sulla soglia di casa, e infatti è da mesi che sto preparando in ogni minimo dettaglio questa spedizione ma non sono riuscito ancora a ultimarne i dettagli e il tutto è un po’ logorante……..Mille cose devono risultare perfette affinché questa avventura prenda il via; prima di tutto il prototipo di bicicletta che il mio amico e sponsor Roberto Bressan sta’ perfezionando, lo stiamo testando giorno e notte su ogni terreno e con ogni carico; sto studiando un modo per entrare in Tibet illegalmente cercando di eludere i controlli cinesi, questo comporta l’arrivo a Hong Kong per il visto cinese e poi svariati mezzi di trasporto per raggiungere l’altra estremità della Cina da dove inizierò a pedalare; devo imparare ad usare tutte le strumentazioni video che mi porterò dietro e creare dei supporti che mi permettano di riprendermi anche nelle situazioni più estreme. Tutto questo fa parte della vita dei viaggiatori e non oso chiedere di meglio, più è dura e complicata, più ha sapore e soddisfazione.

Se tutto andrà bene e le motivazioni non vacilleranno dovrei attraversare tutta la Cina e il mitico Tibet. E’ buffa la consapevolezza che quando tornerò fra parecchi mesi non sarò più lo stesso di adesso, le cose che vedrò, le esperienze che vivrò e le persone che incontrerò cambieranno indelebilmente il corso della mia vita e mi piace tentare di immaginare cosa sarò quando avrò attraversato gli sconfinati oceani di saggezza di questi luoghi. Viaggiare è la mia migliore forma d’essere e spero in vita di incontrare tantissimi sognatori come voi………….fate la zaino, andate dove non siete mai stati……ci vediamo là.

China

HONG KONG

18/08/2007

Una grande metropoli incasinata e appiccicosa sembrerebbe appena arrivati, ma sotto sotto c’e’ quell’Asia a me tanto cara. Adesso comincia il bello dell’avventura e la parte più difficile. In qualche modo dovrei avere il visto cinese per sei mesi entro lunedì, poi ho prenotato un volo per Urunqui dall’altra parte del paese, ora non mi resta altro che trasportare il mio pesantissimo scatolone all’aeroporto di Canton e pregare in ginocchio che me lo carichino sull’aereo. Da Urunqui poi in qualche maniera arriverò a Khasgar da dove si incomincia a pedalare. Vi assicuro che trascinare uno scatolone di trenta chili sotto un caldo del genere non e’ cosa facile e per di più nessun taxi o autobus te lo carica perché troppo ingombrante, mi inventerò qualcosa stanotte. Nel frattempo non devo far altro che aspettare curiosando in giro, andando a cercare tutte quelle migliaia di cose che ignoro e non conosco, sbirciare dentro quei vicoletti ai lati delle enormi vie trafficatissime scavate come canyon dentro pareti di grattacieli color cristallo.

Tibet

SI PARTE

23/08/2007

Arrivare fino a Khasgar con la mia grande e pesante scatola di cartone non e’ stato un gioco da ragazzi. In metropolitana fino all’aeroporto di Hong Kong, poi in autobus fino al confine cinese; dopo un’approfondito controllo passo su un’altro bus che mi porta fino all’aeroporto di Shanzen da dove mi imbarco per Urumqui. Anche qua’ mille casini per la bici e pago in più. Arrivato a destinazione un taxi mi svena per portarmi in centro città e l’indomani monto finalmente il mio mezzo perché nessuno mi vuole portare fino alla stazione dei pullman. Pedalo per ore fino a che non la trovo e butto su finalmente tutta la mia roba e crollo in una cuccetta. Il giorno dopo sono a Khasgar. Tra visti e mille casini ho impiegato una settimana e un bel po’ di soldi per iniziare la mia magica avventura ma ne vale la pena senza dubbio anche se non lo rifarei per niente al mondo. Questa grande città e’ stata per millenni la tappa obbligatoria di tutte le carovane da e per l’Asia. In quest’oasi alle porte del deserto del Taklamakal si sono incontrate le grandi correnti filosofiche dell’islam e del buddismo; di tutta questa trascendenza ora rimane una metropoli di grattacieli e centri commerciali con un immenso groviglio di autostrade tutt’attorno. Devo dire che me l’aspettavo diversa ma un indelebile segno di un punto di giunzione tra più mondi lo si ha vedendo le innumerevoli etnie che vi abitano e le diverse lingue che vi si parlano. Uiguri, thaggiki, pachistani e infine cinesi danno alla città un’aspetto inconsueto e salta immediatamente all’occhio che quest’ultimi non sono affatto ben accetti in questa terra. Durante la Cina di Mao numerosissime famiglie han (cinesi) sono state inviate in queste terre di confine per colonizzare questo importante pezzo di mondo così vicino alla Russia e ricco di risorse naturali. Strategie repressive contro i popoli che vi abitano sono tutt’oggi in atto e tutte le cariche statali e i lavori più dignitosi sono in mano ai cinesi. L’integrazione non e’ nemmeno auspicabile per questa ragione della Cina che se non fosse per la enorme statua di Mao nella piazza sembrerebbe una continuazione del Pakistan e del Kyrgistan.

Per quel che riguarda la mia pedalata mi sto attrezzando al meglio e rifornendo di provviste di ogni genere, cosa fondamentale sto’ acquisendo il maggior numero di informazioni possibili sulla strada da fare e dove stare più attento alla polizia, sembrerebbe che c’e la possiamo fare.

Tibet

SOPRAVISSUTO

15/09/2007

I primi giorni dopo che ho lasciato Khasgar sono scivolati lisci sull’asfalto e fra decine di villaggi uiguri (l’etnia che popola la regione dello Xinjiang), l’unico inconveniente e’ stata la tenda difettata a cui mancavano fondamentali cuciture che ho rimediato da un esperto sarto. Il mio primo pensiero e’ stato quello di eludere i posti di blocco lungo la strada e per fare ciò ho passato due grossi villaggi al mattino presto col buio mentre tutti dormivano non considerando il fatto che da qui’ in poi avrei trovato pochissimi altri luoghi dove poter comperare del cibo. La strada asfaltata e’ finita dopo tre giorni per lasciare il posto a un’orrenda pista tutta buche e sassi tanto da dover pedalare anche in discesa. Ed ecco le salite; giornate intere alla velocità minima consentita dal principio fisico per cui la bici rimanga in equilibrio. Tremila, quattromila metri. Il respiro diventa sempre più affannoso e la fatica insopportabile. Mi fermo ogni duecento metri verso i valichi più alti, un po’ spingo la bici e un po prendo lunghe pause. Sento il sangue denso come miele scorrere nelle tempie pulsanti e la testa mi comincia a fare un male cane, lo so’ e’ l’altitudine e spero che perdendo quota le cose miglioreranno. Arrivo stremato una sera in un villaggio di tre baracche che si chiama Mazzar a quota 4300m, oggi ho valicato il mio primo passo sopra i cinquemila metri dopo una settimana passata sui pedali, finalmente mangio un po’ di riso e dormo per terra ma al caldo. Gentilmente mi vendono un po’ di viveri e riparto verso il Tibet. Ora la strada e’ sempre in condizioni più’ pietose, le vesciche sul sedere mi obbligano a fermarmi spesso; davanti a me l’imponente catena del Karakoram mi sovrasta mentre io percorro il fondo di una delle sue vallate più profonde. Adesso incominciamo a fare i seri e ci si alza notevolmente , sono partito in pantaloncini corti; adesso pedalo col piumone a -10 gradi fin che non spunta il sole da dietro l’Himalaya. Mi sento acclimatato per bene, oramai sono dieci giorni che sono qua’ su e ho superato numerose volte passi a cinquemila metri, la fatica pero’ e’ sempre la stessa e ci si mette anche il tempo a farmi impazzire. Tutte le sere intorno alle sei si alza un vento micidiale e si mette a nevicare, pedalare diventa impossibile e tantomeno cercare di montare la tenda, l’unica e’ aspettare rannicchiato sotto la bici che si calmi un po’ e sperare che succeda prima che cali il sole che muoversi qui’ di notte e’ un suicidio. L’acqua congela nelle bottiglie che tengo dentro alla tenda, il cibo cominci a scarseggiare e troppi villaggi che nelle mappe dovrebbero esserci li incontro in macerie. Comincio davvero a preoccuparmi e le tempeste di neve alla notte non mi rassicurano per niente, pero’ svegliarsi al mattino e vedere tutto innevato e segnare per primo la lunga spianata ,che dovrebbe essere la strada, non ha prezzo. Incontro da giorni solo qualche camionista che mi sorride dall’alto della cabina. Se un camion si rompe qua ,su prima di vedere qual’e’ il problema, tirano giù la ruota di scorta e gli danno fuoco per scaldarsi, poi aspettano un’altro camion che li porta via e abbandonano qui’ il mezzo per ritornare giorni dopo con pezzi di ricambio. Per più volte ho montato la tenda a ridosso di quest’ultimo unico riparo dal vento in questo deserto gelido. Il cibo devo razionare e non e’ una bella cosa quando chiedo al mio fisico sforzi sovrumani per spingermi sempre più in alto e poi per incontrare l’acqua devo fare lunghe deviazioni fino ai lontani letti quasi asciutti dei torrenti. Mi do’ dell’idiota per non avere portato con me viveri a sufficienza ma oramai siamo qui’ e studio le prossime tappe per arrivare dove c’e’ un po’ di civiltà’. Troverò gente solo dopo il confine tibetano ma prima devo superare il deserto dell’Aksai Chin, un pezzo di Ladakh indiano espropriato dai cinesi senza che nessuno se ne accorgesse per costruirci sopra questa strada di immensa importanza strategica…uno dei luoghi più remoti della terra. Tre giorni a 5200m in un paesaggio mozzafiato che mi ripaga di tutte le mie fatiche, una pianura dai colori intensi circondata da altissime montagne innevate. Il colore dell’oro mi viene a trovare ad ogni tramonto e le lunghissime ombre delle cime disegnano miraggi di dune sulla piana infinita. E’ insopportabile la fatica a questa quota e, piegato sul manubrio, prendo lunghissime pause per recuperare. Ecco l’ultimo passo, sono finalmente arrivato in Tibet, dopo mille fatiche e sedici giorni sono appena all’inizio del mio viaggio. La giù un villaggio che sembro non raggiungere mai, nessun ristorante ne letto ma degli operai che stanno sistemando la strada mi danno ospitalità e cibo dentro la loro tenda e non c’e’ verso di ricompensarli. Mangio da esplodere, e finalmente sazio manco ci penso alla tormenta di neve che congela tutto fuori dalla mia tendina che ho montato poco lontano dal villaggio. Ancora un’altra mattina gelida ma il solo pensiero di essere finalmente nel paese tra le nuvole mi da la forza di pedalare. Dopo alcuni valichi ancora sopra i 5000m comincio piano piano a perdere quota, il mio corpo ne trae un immenso giovamento e riesco a percorrere più chilometri in un giorno. Incontro qualche villaggio e la gente gentilissima mi vende un po’ del loro cibo, non sono più in carestia e sapermi con le borse colme di riso mi da una certa temerarietà e forzo un po’ di più sui pedali per recuperare qualche giorno tanto alla sera mi abbuffo di mangiare. Laghi cobalto, distese verdissime, montagne velate di bianco, il Tibet e’ come sulle cartoline e io ci sono nel mezzo. Essere dove si e’ segnato da lungo tempo ti fa sentire fortunato, vivere il proprio sogno da un senso di felicita’ ineguagliabile. Sapere poi quanto ti e’ costato trasforma tutto queso in una sorta di adrenalina che ora scorre dentro come forza vitale…..e pensi “e adesso chi mi ferma più” Neve, forature, pantano e freddo…ho passato di peggio e vado avanti, fra pochi giorni sarò ad Ali la capitale della provincia e potrò dare notizie di me a casa. Adesso devo solo fare molta attenzione a non farmi vedere dalle pattuglie dell’agenzia nazionale di sicurezza il PSB. Dalle informazioni che ho trovato su internet molti che hanno intrapreso il mio stesso viaggio sono stati beccati in questa zona ed espulsi dal paese. Lascio la strada principale e seguo da lontano i piloni del telefono, se vedo polveroni alzati da qualche mezzo in scruto l’orizzonte col binocolo che ho fregato a mio padre e se e’ una jeep mia eclisso tra le dune sperando di non essere visto. Ma la fortuna e’ dalla mia e arrivo nel paese di Rutog senza problemi e mi catapulto nel primo alberghetto che trovo a nascondere la bici. Un letto, dell’ottimo cibo e un telefono per chiamare casa e dire che c’e’ l’ho fatta. Sono riuscito a distillare la felicita’ dalla fatica fisica e mentale. All’alba non mi sembra vero, davanti a me la strada diventa nera nera, asfalto! In una lunga giornata di 150km arrivo nella capitale, domani sarò nell’ufficio del PSB a spiegargli come cavolo ho fatto ad arrivare fin qui’ e mi rilasceranno il visto per continuare il mio viaggio. Diciotto giorni e 1500km di fatica, freddo e lucidi pensieri resi trasparenti dalla vita ridotta ai minimi termini, decantata dalle inutili paturnie della vita comune. Tutte le riflessioni che ho fatto la su credo che un po’ migliore mi abbiano reso o almeno lo spero. Adesso devo solo recuperare i chili persi e studiare le carte verso la mia prossima meta…a presto.

Tibet

E IL PEGGIO DOVEVA ESSERE PASSATO

08/10/2007

C’e’ uno strano rapporto tra il cibo e il nostro cervello, c’e l’ho abbiamo fin dai primordi della nostra specie. Ad Ali ho fatto una terribile indigestione visto che avevo patito la fame nei giorni precedenti e ho ritardato la mia partenza di qualche giorno. Per qualche chilometro ho pedalato su un asfalto nuovo di zecca, poi ha lasciato il posto ad un infinito cantiere stradale che ha la pretesa di pavimentare tutta la strada fino a Lhasa. Camion, ruspe e buche dappertutto. Polvere nei polmoni fino dall’alba e ho imparato a capire il vento per non farmi trovare nella parte sbagliata della strada e farmi soffocare da nuvole dense che mi tolgono il fiato. Pedalare in queste condizioni diventa impossibile, mi allontano quindi verso l’infinita steppa tenendo come riferimento le enormi colonne di polvere di quel girone dantesco. Sono più lento ma ci sono meno buche e la bici me ne e’ di sicuro grata, sono stracarico e il timore che il cerchione dietro ceda e sempre nei miei pensieri. E’ incredibile quanti animali popolano queste sterminate pianure, dalla strada sono praticamente invisibili ma dalla mia nuova rotta li vedo vicinissimi e poi non mi sentono arrivare. Non scappano più’ di tanto, qui’ non sono mai stati cacciati; gazzelle, cavalli selvatici, cervi e ungulati dalle corna dalle mille forme. Qualche volta ho piantato il campo al loro cospetto ma più di tanto la mia presenza non li ha mai disturbati. I lupi pero’ hanno alquanto inquietato me ma mi sono subito reso conto che la loro era più curiosità che fame quella mattina che mi hanno svegliato gironzolando attorno alla mia tenda. Finalmente lascio la valle per salire al paese di Dharcen sovrastato dall’inconfondibile sagoma bianca del leggendario monte Kailash. E’ indubbiamente la montagna più sacra dell’Asia, venerata da quattro religioni e’ considerata il centro dell’universo. Dai suoi versanti nascono quattro fiumi importantissimi che portano la vita in questa parte di mondo. Secondo la fede buddista fare il pellegrinaggio attorno al Kailash purifica una delle vite passate così che il proprio karma migliori. Parto di buon ora anch’io come i tanti fedeli. Il tempo non e’ dei migliori e la vetta compare rare volte, pianto il campo sotto l’impressionante prete nord e l’indomani valico il passo di 5600m eseguendo alla lettera tutti i vari rituali che mi insegnano i tibetani. Per un momento butto alle ortiche la mia ottusa razionalità occidentale. C’e’ un punto, sotto la parete est, dove i buddisti e gli indiani lasciano una goccia di sangue per stare ad indicare il passaggio ad una nuova vita o per lasciarsi alle spalle qualcosa; ho preso il mio coltellino e due gocce di sangue su una pietra sacra sono sicuro che mi abbiano davvero aiutato a passare oltre ad una situazione che fin qui’ mi ha perseguitato. La mia lunga pedalata riprende verso il lago sacro Manasarovar e poi di nuovo verso ovest e per mia fortuna i colossali lavori di pavimentazione fin qui’ non sono ancora arrivati. Ricominciano i valichi oltre i 5000m e il tempo si guasta. Da prima un forte vento contrario che non mi lascia proseguire e poi incomincia a nevicare di brutto. Per una settimana non vedo il sole e il forte vento mi spara in faccia cristalli di neve presi dalle vette tutt’attorno. La strada e’ un’inferno di pantano e buche, piantare il campo in un posto riparato e’ un ‘impresa, dopo una giornata sotto questa neve pesante sono bagnato fino alle ossa e non c’e’ modo di asciugarmi. La tenda fradicia appesa alla bici pesa cinque volte tanto e mi e’ impossibile cucinare nelle pause durante il giorno. Il più delle volte mi sfamo con biscotti e salsicce crude, impazzisco la notte a sentire che la neve continua a cadere sulla mia tenda, all’alba il rumore e’ lo stesso e il morale ne risente. Finalmente un pomeriggio il vento si affievolisce, la neve non cade più di taglio e le jeep dei turisti hanno spianato gli infiniti dossi della strada. La notte il cielo si ridipinge di stelle, ha smesso di nevicare. La mattina c’e’ il sole e finalmente la mia tenda si asciuga, la mia giacca e i miei guanti anche; non fa più freddo e verso mezzogiorno il sole risplende come non mai sopra la mia testa. Rinfrancato dalla situazione volta a mio favore spingo sui pedali per arrivare al villaggio di Saga dove una doccia calda mi aspetta. Nel frattempo accampo sulle rive di uno spettacolare lago, sulla cima di incredibili dune di sabbia e vengo ospitato da una famiglia tibetana e la nonna mi rimbocca le coperte prima di addormentarmi. Arrivo a Saga quando il sole e’ già dietro l’Himalaya, i bambini accorrono a salutarmi e incrocio finalmente lo sguardo con qualche turista, fino ad ora i loro volti li intravedevo dietro alle macchine fotografiche dentro alle jeep che tentavano di fotografarmi come un animale raro senza proferir parola nonostante della stessa razza. Una doccia pubblica ti rida’ la vita e un buon piatto di tukpa (la zuppa tibetana con carne di Yak) rimette in forma i miei muscoli. Controllo minuziosamente la bici e rimango esterrefatto, tolto il pantano e’ immacolata e sembra nuova. Cambio freni e copertoni, 2500km li hanno messi a dura prova. Faccio scorta di cibo e frutta, riparto alla volta del campo base dello Xixabagma.

Tibet

VERSO IL TETTO DEL MONDO

13/10/2007

Viaggiare verso sud vuol dire avere di nuovo il vento in faccia, spingere come un dannato tutto il giorno per coprire una distanza ridicola. Il mio andare viene notevolmente rallentato e anche il morale ne risente, la salita stanca meno che sfidare queste potentissime raffiche che mi disarcionano dalla bici. Trovare un posto per piantare il campo e’ impossibile, il vento mi strappa la tenda ma per fortuna dei nomadi mi danno asilo al riparo sotto i loro recinti di pietra e mi rinvigoriscono con litri di the al burro. La mattina seguente non cambia l’intensità’ ne il verso del mio oramai inseparabile compagno di viaggio, grazie al cielo verso sera imbocco una stretta valle che taglia a ovest e come d’incanto l’aria s’immobilizza e la mia pelle può di nuovo assaporare il calore del sole. Sbocco su di un’altura con un immenso lago ai miei piedi, e’ il crepuscolo e le ombre dell’Himalaya assieme al rosso fuoco dei ghiacciai dipingono un paesaggio che immediatamente mi fa scordare le pene che ho provato fino ad adesso. Pianto la tenda sulla riva in concomitanza con una famiglia di nomadi molto più pratici di me; mi offrono la loro acqua visto che il lago e’ salato e non avrei potuto dissetarmi. Al mattino loro sono già partiti per gli alti pascoli e io proseguo verso oriente verso il Xixabagma. Pedalo sul letto di un fiume asciutto, sassi e sabbia non mi danno vita facile ma l’immensa sagoma innevata all’orizzonte stimola troppo la mia curiosità ne non mollo costi di spingere la bici per più di mezza giornata. La valle diventa un’immensa distesa di pascoli, mi accampo prima del tramonto giusto di fronte all’ottomila e mi gusto ogni sfumatura di arancione-rosso fin che la notte non cala. Ora seguo per un’infinita steppa disseminata di yak e pecore, nel primo pomeriggio raggiungo la Friendship HW che mi sembra liscia come un bigliardo. Le ruote corrono velocissime finalmente, non ci sono ne buche ne pietre, il mio sedere ringrazia. Ignaro di tutto mi avvicino al primo villaggio e vengo assalito da flotte di bambini con le mani tese che mi chiedono caramelle penne e addirittura “give mi dollars”. Scappo sconvolto e poco più in la donne anziane corrono su dai campi anche loro con le mani tese a chiedermi money. Non oso credere che sono nel medesimo paese di sempre, nessuno mi saluta più col meraviglioso e cantato “Tashi Delek” ma tutti dicono “hallo” seguito inesorabilmente dall’orribile parola “money”. Nel frattempo mille jeep piene di turisti mi sfrecciano accanto a velocità’ pazzesche, riesco a vederne in lontananza alcune che si fermano per scattare foto, pagare con manciate di caramelle e ripartire. Adesso sono davvero incazzato e al prossimo gruppo fermo in un villaggio faccio una scenata da paura e li supplico di non dare caramelle ai bambini e di non pagare i tibetani per le foto. Noi occidente abbiamo portato via tutto a questa gente e siamo rimasti impassibili mentre le loro terre venivano invase, adesso lasciamogli almeno la dignità e non trasformiamo questo meraviglioso popolo in un ammasso di mendicanti. Le nostre caramelle e le nostre penne non cambiano la loro condizione di vita, credo che una sincera chiacchierata (a mimo ma efficacissima) e alcuni minuti di gioco con i bambini facciano molto di più. Nel Tibet occidentale erano i bambini che davano le loro matite a me, la gente accorreva dai campi per invitarmi nelle loro tende e si era sempre in un rapporto idilliaco di uomo a uomo, entrambi pieni di curiosità’ per il diverso ma sempre con un immenso rispetto. Ci vogliono giorni per superare questo duro colpo, poi ci si mettono pure i cicloturisti che vengono da Lhasa diretti a Katmandu provvisti di auto di supporto e campi allestiti appuntino per fargli trovare sempre la pappa pronta e il letto caldo. Sfrecciano come pazzi sulle loro perfette bici leggerissime e non si fermano un secondo a vedere il Tibet, giù di scavezzacollo tra villaggi e in mezzo a gruppi di tibetani al lavoro sui campi; no un saluto, no un sorriso. La cosa che più mi fa girare le palle e’ che con me fanno lo stesso. Ne avrò incrociati una cinquantina ma mai nessuno a toccato i freni per salutarmi, figuriamoci per fermarsi per fare quattro chiacchiere. Non hanno mappe e non sanno dove sono diretti, l’unico obiettivo e’ arrivare all’immenso campo montato spesso in radure oscene perché i posti migliori gli hanno gia’ occupati i gruppi più veloci. Noto pero’ che i tibetani hanno capito la differenza tra chi ha le sacche e va verso Lhasa e chi non le ha e va in discesa verso il Nepal, ricevo di nuovo qualche invito ora che sto’ viaggiando su strade meno battute e ho sempre una risposta ai miei eclatanti saluti tra la gente dei campi. Sulla mappa e’ segnato come trekking ma la strada che va al campo base dell’Everest e’ percorsa da decine di jeep di turisti ogni giorno. Mi costa due giorni di dura pedalata ma arrivo anch’io sotto la faccia nord della montagna più alta, sono ai piedi del tetto del mondo. Fa freddo e tira un forte vento, la Guest house per i turisti arrivati in macchina e’ carissima. Per fortuna un monaco del monastero sulla rupe mi cede la sua stanza per la notte e ceno nella piccola cucina piena di adepti con zampa e the al burro. La televisione accesa da un film russo di guerra e qui’ tutti sembrano incredibilmente interessati a come va a finire. All’alba salgo in bici al presunto campo base ma e’ deludente il falso allestimento cinese e il divieto di proseguire oltre, intanto dozzine di turisti salgono su con carretti trinati da piccoli cavallini e con una coperta sulle gambe; anche ragazzi della mia eta’…mi sembra ridicolo. Dopo due giorni di curve arrivo in cima ad un passo dal quale la vista sull’Himalaya e’ mozzafiato, fa niente che sono a 5300m ma pianto il campo e attendo il gelido tramonto. Da adesso fino a Lhasa la strada e’ asfaltata, cercherò ogni strada che mi porti lontano dalla Frienship HW per godere a pieno della vera gente di queste terre.

Tibet - Lhasa

FINALMENTE LHASA

22/10/2007

Per ore sono stato davanti alla mappa del Tibet per scrutare quale poteva essere la strada più interessante per arrivare a Lhasa, alla fine ho scelto di dirigermi verso sud allungando di qualche giorno il viaggio ma evitando così i posti infestati dai turisti. Scelta azzeccata e lungo la sconfinata pianura gruppi di contadini che setacciano l’orzo (la farina tostata diventa Tsampa, alimento base per i tibetani) mi invitano continuamente a bere birra appunto d’orzo. Sono costretto a ridurre le mie pause lungo i campi se no mi ubriaco, più’ di una volta ho sentito l’alcol scorrere sulle gambe dopo momenti di relax coi tibetani. Più nessuno chiede “money” ne i bambini accorrono con le mani tese, sono di nuovo tra la vera gente, tra i puri che mi vedono come qualcosa di nuovo e interessante e non come un bianco con i soldi. Incredibili velocità riesco a tenere lungo tutto il giorno, distanze che prima percorrevo in due giorni di sudore e fatica oggi le copro in un giorno senza spingere troppo sui pedali. Ancora qualche passo sopra i 5200m mi separa dalle grandi città dello Ü-Tsang (la regione del Tibet centrale) ma l’asfalto liscio come marmo mi facilita incredibilmente le salite. Visito i grandi monasteri della regione scampati in parte alla follia distruttrice delle guardie rosse durante la rivoluzione culturale cinese, mi sento la controfigura di Brad Pitt in sette anni in Tibet ma poi orde di turisti da tutto il mondo entrano con fragorosa cagnara a importunare i monaci ficcandogli obiettivi in gola o rincorrendoli con macchinette usa e getta con la pretesa di fare uno scatto originale. Non mi resta altro che appartarmi e aspettare la chiusura dei monasteri ai visitatori per aggirarmi tutto solo per le viuzze assaporando l’ormai famigliare odore del burro che brucia e fingendo un’aria stupita quando le autorità cinesi mi invitano gridando ad uscire oramai dopo il tramonto. Preferisco non passare mai la notte nelle città e mi accampo appena fuori le mura, così al mattino ho sempre buona compagnia con ragazzini e contadini che mi aiutano a ripiegare la tenda e il più delle volte insistono col voler brindare alla mia partenza con la loro acidula birra ma li placo offrendogli il mio più salutare caffellatte con biscotti. Svolto ancora una volta per una stradina chiusa al traffico, salgo per una stratta valle gelida contornata da immense montagne con ghiacciai che giungono quasi fin sulla strada. Devo richiudere la bocca rimasta aperta dallo stupore perché mi stanno saltando i denti dal gelo, qua’ su fa di nuovo freddo da paura e una notte qua’ su mi congelerebbe le ossa. Decido di valicare il passo e di perdere quota, sta’ facendo buio ma la luce della luna quasi piena, riflessa dai ghiacciai,mi mostra la strada fino a valle. Trovo riparo sotto un grosso masso e al mattino un branco di caproni di montagna mi costringono a levare le tende di buon ora bersagliandomi di sassi dall’alto di impressionanti rupi che qui’ mi circondano. Ancora discesa gelida fino al lago sacro Yamdrok. Giornata memorabile lungo la frastagliata sponda fino all’ultimo passo prima della capitale. Ovviamente mi accampo dove la vista e’ migliore ma il freddo vuole il suo tributo. Dall’alto dei miei 5000m ho tra i più bei tramonti della mia vita e non sazio metto la sveglia alle sette per non perdermi neanche l’alba. Durante le mie continue uscite notturne dalla tenda per andare al bagno scorgo riflesso nel cielo un timido bagliore che deduco essere quello delle luci di Lhasa, la capitale e’ vicina e se avrò fortuna domani pedalerò al cospetto del Potala. Aspetto l’arrivo del sole che mi scongela la tenda e l’acqua per la colazione, davanti a me ho più di trenta chilometri di discesa e ho un po’ di preoccupazione per i miei freni che raggiungeranno temperature altissime, dovrò andare adagio per salvaguardare i miei cerchioni preziosissimi e insostituibili in questa parte del pianeta. Metto le cuffie e indosso tutto quello che ho, parto in picchiata cantando a squarciagola facendo mille zig zag per evitare le jeep de turisti che dalla capitale si accontentano di arrivare solo fino al passo per il panorama. Che ridere, mi si congela la mascella e biascico parole incomprensibili ma sono felice e innamorato dei miei pensieri arrivo troppo in fretta al fiume Brahmaputra che oltrepasso per l’ennesima volta. Sono di nuovo nella Friendschip HW, il traffico mi soffoca ma sono vicino a Lhasa e non ci faccio più di tanto caso. Pullman pieni di turisti quasi sbandano quando tutti quelli muniti di macchina fotografica si spostano sul lato destro per farmi foto dai finestrini chiusi. Fabbriche cinesi coprono la vista del Potala, una volta era la più imponente costruzione del Tibet e da qualsiasi punto della valle la si poteva vedere, ora ciminiere e fonderie sembrano volontariamente tentare di sovrastarlo a significare l’oppressione del progresso sulla religione. Quasi ci credo pure io, dal cartello “Lhasa” oramai sto’ pedalando da più di un’ora in una anonima città cinese come tutte le altre. Eccolo! l’ho intravisto tra il traffico infernale, svolto per una stradina, salgo su marciapiedi e evito auto impazzite. Spero nessuno osi attraversarmi la strada perché non posso guardare avanti, sono rapito dall’imponenza di questo palazzo ex residenza del Dalai Lama e simbolo dirompente del buddismo in tutto il mondo, ringrazio gli dei di questo mondo di averlo protetto dalle guardie rosse e preservato all’umanità. SONO A LHASAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!. Non ho il cavalletto e quindi butto per terra la bici, accendo la videocamera e alla meno peggio immortalo questo momento desiderato da una vita. Felicita’, adrenalina e una immensa soddisfazione.

Tibet

LA VITA SECONDO PHEMATASHI

28/10/2007

Da quando sono a Lhasa vado molto spesso alla mensa per i pellegrini che ho giusto sotto la mia Guest house, Tukpa (zuppa di noodles e carne di yak) tre Yuan (0.30 euro) o momo (grossi ravioli sempre di carne di yak) quattro Yuan (0.40euro). E’ un grande cortile coperto da una tettoia in plastica che lascia filtrare una luce verdastra, panche tutt’attorno ai muri e bassi banchetti traballanti. E’ sempre pieno di gente e rigorosamente tibetani, nessun cinese metterebbe mai piede qui’ dentro. Sui tavolini centinai di banconote di piccolo taglio (Yuan 0.01 euro) che tutti mettono a disposizione delle generose donnine che instancabili passano con grossi termos a riempire i bicchieri di delizioso the dolce e poi direttamente si prendono il compenso. Lunghi pomeriggi sono stato qua’ dentro da solo ad osservare quello che succede e a fantasticare sui diversi luoghi di provenienza di tutta questa folla. Giungono qui’ da tutto il Tibet facendo viaggi anche di settimane per venire a pregare nel selciato davanti al tempio del Jokhang, il piu’ sacro di tutto il paese. Molti cercano di cominciare e tra sorrisi e mimi riesco sempre a dire qualcosa e a capire molto di più. Una mattina pero’ entro come al solito e un giovane ragazzo mi invita a sedermi al suo tavolo, incredibilmente parla inglese e iniziamo a chiacchierare del più e del meno bevendo the dolce. Le cose che mi ha raccontato hanno dell’incredibile.

Phematashi ha 26 anni e viene da Derge, un villaggio nel Kham proprio ai confini con la “Cina”.

-(D) Come mai sei qui’ a Lhasa? li chiedo incuriosito, non ha il fare di un pellegrino e veste bei vestiti all’occidentale.

-(P)La mia famiglia e’ di pastori e a me non piace stare con le bestie, troppo freddo la su…poi non posso più tornare, i cinesi mi cercano.

Incuriosito come non mai li chiedo

-(D) Perché, hai combinato qualche casino nel tuo villaggio?

-(P) No,no. Quando avevo sedici anni sono scappato dal Tibet e sono andato a Daramsala in India per vedere il Dalai Lama. E me lo dice con una tranquillità’ disarmante.

Rimango a bocca aperta e gli chiedo come cavolo ha fatto ad attraversare tutto il Tibet fino al confine Nepalese e poi da li raggiungere le montagne indiane.

-(P) Siamo scappati in piu’ di cento e bisognava stare attenti che se i cinesi ci vedevano ci sparavano. Mi ci son voluti due mesi per arrivare a Daramsala.

-(D) Ma come avete fatto a oltrepassare l’Himalaya?

-(P) Per un valico che i cinesi non conoscono e non troppo alto.

Io mi immagino questa lunghissima carovana di gente e animali che s’inerpica per piste ghiacciate su per montagne sconosciute ai piu’.

-(D) Ma il freddo, la fame….

-(P) Eravamo tutti giovani e forti, e’ stata dura ma siamo arrivati tutti al cospetto del Dalai Lama. Noi siamo nati su queste montagne e la dove le guardie cinesi morirebbero congelate noi possiamo bivaccare con qualche coperta di pelo di yak e un po’ di tsampa. Poi in Nepal e in India e’ facile, sono amici del popolo tibetano e gli ultimi chilometri gli abbiamo fatti in pullman.

Gli dico che io ci sono stato a Daramsala e subito si illumina.

-(P) La ho studiato il buddismo e ho imparato l’inglese. Sono rimasto in India per sette anni ma poi sono ritornato dalla mia famiglia. Li i cinesi quando mi hanno visto mi hanno chiesto dove sono stato tutto questo tempo e mi hanno arrestato per delle settimane. Appena mi hanno rilasciato sono scappato e sono venuto qui’ a Lhasa.

-(D) E adesso cosa fai per vivere? Perché non fai la guida col tuo perfetto inglese.

-(P) Le autorità cinesi non mi danno il permesso di lavorare coi turisti tantomeno la licenza per una piccola attività così compro e vendo cianfrusaglie antiche di sottobanco.

-(D) Ma com’e’ la convivenza con i cinesi? A questa domanda si apre una diga e si offre anche come interprete per tradurre i malcontenti della piccola folla che si e’ creata intorno a noi.

-(P) Non c’e’ integrazione e le autorità insistono ancora oggi con una politica estremamente oppressiva nei nostri confronti, una sera sono stato arrestato perché portavo il colletto alzato del giubbotto.

Il gruppetto si anima ma qui’ si può stare sicuri, non ci sono cinesi nei paraggi e Phematashi mi spiega le condizioni del presunto aiuto che il governo di Pechino ha portato al paese.

-(P) Le strade, l’acqua, il telefono. Le strade sono state costruite per far muovere rapidamente le truppe cinesi lungo tutto il territorio, la stragrande maggioranza dei tibetani non possiede macchine ma piccole motrici per arare i campi. A noi non ci servono. L’acqua arriva solo nelle città nuove fatte dai cinesi, nei villaggi non c’e’ e tantomeno l’elettricità’ che il governo cinesi si e’ impegnato a portare unicamente solo lungo la strada principale. La nuova ferrovia e’ principalmente adibita al trasporto merci, inimmaginabili quantità di materie prime, saccheggiate dal sottosuolo tibetano, raggiungono la Cina attraverso questa velocissima via che pochissimi tibetani useranno per spostarsi. Questo cosiddetto progresso e’ solo un’opera di colonizzazione che giova solamente ai cinesi che vivono in Tibet e a noi non porta nulla. Perfino il turismo e’ nelle mani di Pechino e noi ci accontentiamo delle briciole.

-(D) Ma perché, nonostante tutto questo, il Tibet e’ il paese in cui ho visto più gente sorridere?

-(P) E’ la nostra fede e la nostra speranza di un paese libero che ci permettono di essere sereni, ma ogni tibetano e’ felice fuori ma non così tanto dentro. Tutti portano il pesante fardello di non essere liberi e di vivere in un paese represso da più di cinquant’anni di soprusi.

-(D) Se devo essere onesto l’intera comunità mondiale non si cura affatto della libertà del Tibet. Ma voi sperate davvero in un paese di nuovo libero?

-(P) Ogni tibetano crede questo. La maggior parte delle preghiere dei fedeli lungo i kora (percorsi di pellegrinaggio) sono rivolte alla liberazione del Tibet.

Cerco di smorzare un po’ i temi della discussione che l’intera mensa sta’ scoppiando.

-(D) Domani voglio andare a visitare i templi della capitale, qual’e’ la loro storia?

Niente da fare, Phematashi non risponde alla mia domanda come vorrei.

-(P) Il biglietto d’ingresso va al governo di Pechino e tutte le banconote che i fedeli mettono sulle statue di Buddha e sulle figure sacre vengono rastrellate tutte le sere e vanno a sommarsi al profitto dei cinesi.

Resto stupefatto.

-(P) Per entrare nel Potala anche noi tibetani dobbiamo pagare e abbiamo dei giorni ben definiti.

Le autorità cinesi hanno lasciato in piedi pochissimi monasteri durante la rivoluzione culturale, adesso ne stanno restaurando alcuni ma solo per i turisti non per i tibetani.

La conversazione continua poi più leggera. Al momento di uscire dalla mensa mi avverte che potrebbe avere dei problemi se viene visto parlare con degli stranieri, non essendo una guida non si spiegherebbe il suo perfetto inglese.

Ci lasciamo con un abbraccio e gli prometto che non entrerò nei templi a pagamento.

E si, ma la voglia e’ tanta e la mattina alle sei e mezzo sono in piedi davanti al Jokhang cercando una maniera di infiltrarmi dentro. Mischiarmi coi pellegrini e’ improbabile, la mia barba risalta troppo. Scavalcare il muro non se ne parla. Mi accovaccio vicino ad una porta sul retro che di tanto in tanto vedo aprirsi. Aspetto illuminato da un’immensa luna piena. Si apre, corro dentro scusandomi col monaco che ha fatto scivolare il chiavistello…tre passi e vengo braccato da due poliziotti. Anche sta volta la tecnica del “non so” e dello sguardo vago funziona, mi cacciano a forza ma senza tanti casini. Niente, domani ne studierò un’altra per varcare la porta del tempio più sacro del Tibet senza andare a rimpinzare le tasche del governo cinese.

Tibet

L’AVVENTURA INFINITA

24/11/2007

L’indubbio fascino di Lhasa mi ha stregato ma le mie gambe stanno scalpitando per ripartire di nuovo verso terre sconosciute. In tutto questo tempo sono rimasto ad osservare come si muovono le cose per andare nel Tibet orientale, l’inaccessibile Kham. In pratica sembrerebbe impossibile e tutti gli avventurieri che ci hanno provato nell’ultimo periodo sono stati fermati e rimandati indietro dal PSB implacabile e letale in questa parte del paese. Ho informazioni riguardanti le ubicazioni dei vari checkpoint e le strade più nascoste per passare i grossi villaggi, in pratica ci sarebbero sette otto posti di blocco due dei quali inviolabili sembrerebbe. Perfetto, e’ una missione impossibili… e a me questa parola piace da matti. Revisiono la bici da cima a fondo, spedisco a casa un po’ di materiale superfluo e monto le gomme da strada per sfrecciare più forte. Sono pronto e gasato ma rimango un giorno in più per festeggiare il mio trentesimo compleanno con altri viaggiatori come me. Solo pochissimi hanno tentato l’intera attraversata del Tibet, i più che arrivano da Khasgar come me fanno rotta verso sud, in Nepal. Questo e’ un buonissimo motivo per provarci. La mattina della partenza sono rintronato dalle troppe birre per la mia festa, ho ricevuto anche dei regali (ovviamente cibo) e adorno il mio mezzo coi palloncini e tutti i fronzoli che raccatto dal pavimento della mia stanza. Il sole e’ alto e fa caldo, pedalo sereno fra il traffico di Lhasa incurante di ciò che mi aspetta da li a qualche giorno. La strada e’ asfaltata di fresco e i nuovi copertoni scivolano silenziosi quasi non conoscessero le regole fisiche dell’attrito. 140Km il primo giorno, spettacolare davvero e butto giù più o meno un itinerario e delle date su quando sarò in questa o in quell’altra città. Dopo quattro giorni di immacolato viaggiare supero il primo checkpoint di mattina prima dell’alba e qualche cane me la fa sudare dura ma al sorgere del sole sono gia’ lontano e al sicuro. Il giorno seguente supero altri due posti di controllo nella notte in quanto lontani appena 20km uno dall’altro e impossibile da superare all’albe sperando nella copertura del buio (20km sono due ore di bici su questa strada). Tutto secondo i piani e facile sembrerebbe, i tibetani di questi luoghi continuano a stupirmi con la loro ospitalità ma i cinesi perseverano con la loro innata tendenza a fregarmi i soldi rincarando cifre assurde per i miei pasti. Incominciano le salite, durissime perché con dislivelli notevoli. Al mattino valico passi sopra i 5000m per poi trovarmi alla sera immerso in vallate tropicali a 2000m, e così via per giorni e giorni. Un bel giorno sento un anomalo colpo al cerchione dietro, rotto un raggio. Su questa strada perfetta mi sembra anomalo, smonto la ruota e non ci posso credere: il cerchione e crepato per tutta l’intera circonferenza. E’ aperto a meta’ praticamente. La disperazione mi assale in un’attimo e mescolandosi allo sconforto per la fine del mio viaggio mi lascia senza reazioni. Sono nel mezzo del nulla, non passano camion o macchine, non posso raggiungere nessun paese in quanto mi arresterebbero all’istante e non c’e’ possibilità di sostituire il cerchione in tutta l’Asia in quanto pezzo unici e speciale (28 pollici invece che i comuni 26 di tutte le bici del mondo). Su un’altura vedo una baracca che sembra l’ideale per la notte, sono a 4500m e inizia a nevicare, la bici non può più essere montata, il mio peso spezzerebbe la ruota danneggiata. La spingo su per la collina, accendo il fuoco e penso al come uscire da questa situazione. Cambio il raggio rotto dalla parte del cambio e non ho la chiave per smontare gli ingranaggi, piego e tiro, deformo e stringo. Mi costa due ore di lavoro e il risultato e’ decente, ora devo pensare a mettere il tutto abbastanza diritto. E’ notte da un po’, fa un freddo cane ma la bici sembra apposto adesso. Pero’ il cerchione e’ così danneggiato che non posso usare il freno e quindi da oggi in poi avrò’ solo quello davanti. Alla mattina tutto procede decentemente e le discese riesco a gestirle lo stesso, sembra passato questo problema finalmente. Cerco un buon luogo per piantare il campo abbastanza vicino al villaggio di Tangmi dove mi aspetta uno dei più temibili checkpoint di tutta la regione. Incredibile; ieri stavo in mezzo alla neve e ora sono infondo ad una valle in pantaloncini corti con un caldo infernale scacciando zanzare e bagnandomi nel fiume per non sciogliermi. Sveglia alle cinque e ancora discesa, e’ buio pesto, la luce della luna non arriva infondo a questa vallata e d’incanto l’asfalto sparisce e inizia una pista di pantano. Questo non era previsto, non ci voleva.La mia inutile pila non mi aiuta più di tanto, il rumore del fiume mi tiene alla larga dal margine della strada che nasconde un profondo precipizio. Spesso il forte frastuono delle rapide rimbomba sulla parete della montagna e perdo completamente l’orientamento, sono costretto a fermarmi per ispezionare dove cavolo sono e dove scorrono le mie ruote. La mia marci rallenta incredibilmente e quando la salita incomincia sono in ritardo di un’ora, fra poco il sole sorgerà e sarò privo di alcuna copertura quando passero’ per il villaggio. Ho pedalato così spesso di notte che riesco a riconoscere gli animali dal riflesso dei loro occhi alla luce della mia torcia, mucche, cavalli e uccelli notturni vari. Spingo e spingo sui pedali come un dannato, posso spegnere la mia piccola pila adesso, c’e’ luce abbastanza. Mi immagino il poliziotto di turno che si sta’ alzando tutto assonnato, immagino i suoi occhi e spero che oggi non abbia voglia di fare nulla come spesso capita da queste parti. Vedo un sacco di camion fermi per l’ispezione, le sbarre sono ancora abbassate il che e’ un buon segno, staranno ancora tutti dormendo. Trascino la bici a raso terra e salto sui pedali e via, nessun rumore e nessuno mi ha visto. Un chilometro dopo , appena svoltata una curva un’altra sbarra chiude la strada e un pullman e’ li fermo con tutta la gente attorno e decine di poliziotti che li ispezionano uno a uno. Merda! hanno beccato un francese che tenta di entrare in Tibet, li sento urlare incazzatissimi. Mi faccio piccolo piccolo e mi intrufolo nella folla ma mi sento tirare per un braccio. Fatta sono fregato. Mi portano in uno stanzino e, sempre urlando, mi sequestrano il passaporto. Sotto ad un lenzuolo sudicio vedo una bici con le sacche, no no no. Questa e’ la fine che farà anche la mia, me la sequestrano e mi rispediranno a Lhasa. Aspetto due ore e un alto ufficiale arriva per chiedermi un sacco di cose in un inglese osceno, e s’incazza pure quando non capisco. Gli mostro i miei permessi scaduti e me li tira in faccia, tento di spiegargli che nessuno mi ha mai fermato o detto che io qui’ non ci posso stare ma lo vedo sempre più rabbioso e intuisco che la situazione si sta’ davvero mettendo malaccio. Se ne va, poi torna e così via per ore e ore. Alla fine mi dice che devo pagare una multa e prendere il prossimo autobus per Lhasa, la bici me la spediranno assieme al passaporto quando gli telefonerò da la. Non esiste e protesto ma sempre col fare da uno che non sa’ cosa ha commesso e assolutamente con gentilezza, qua’ rischio il carcere. E’ stata un’odissea ma alla fine ci accordiamo per solo la multa e continuare il viaggio a patto che se mi fermano ancora io non sono mai stato in quella stanza e non ho mai parlato con nessuno. Duecento Yuan, venti euro… quasi sorrido. All’inizio vedevo la mia bici andata e io a Lhasa costretto a volare a Katmandu, alla fine pago una ridicola somma e sono libero. Scappo letteralmente da quella caserma, via via più lontano possibile, e’ pomeriggio quando finalmente supero questo villaggio d’inferno. Un cane mi guarda, passo…all’altezza delle mie caviglie si butta addosso ringhiando rabbioso, un calcio sul muso non lo scoraggia. Senti le ganasce chiudersi a vuoto e, sto’ bastardo, mi azzanna le borse e mi blocca la bici all’istante. Cado incredulo dalla forza di questa bestia, avrò fatto i 20 allora e ha fermato una mole del genere in un baleno (io + bici siamo circa 130kg). Corro attorno alla bici che mi fa da scudo, mi sale l’adrenalina a mille e sto’ cane lo voglio uccidere. Raccolgo due sassi senza guardare, fisso la bestia negli occhi. Gli tiro due bordate da breve distanza e quella sulla testa lo fa demordere, se ne va ma non correndo. Rincaro la dose di pietre e cado seduto col fiatone e le gambe tremanti. La borsa attaccata e’ strappata in più parti ma il contenuto e’ salvo. Riparto e stavolta riempio la mia piccola borsa frontale di pietre, basta cani non ne posso più. Riprendo la salita felice di essere sopravvissuto due volte nello stesso giorno, che sia finito l’asfalto da adesso fino in Cina non me ne può fregar di meno.

Tibet

L’INVERNO ALL’IMPROVVISO

28/11/2007

Da adesso in poi l’asfalto me lo posso sognare ma tutto sommato la strada non e’ poi messa così male, questo mi fa ben sperare per il mio cerchione distrutto che, se sono fortunato, mi può portare ancora da qualche parte. Ho sbagliato di brutto le previsioni delle mie tappe, sono in ritardo alla grande ma in questa parte del Tibet i dislivelli sono allucinanti e le mie mappe poco precise e spesso mi trovo difronte salite inesistenti sulle carte. Scendo infondo a vallate per poi risalire su altipiani gelidi, duemila metri di dislivello sono niente da queste parti ma mi stanno sfiancando. Pero’ i paesaggi sono unici e la consapevolezza di essere il solo occidentale a pedalare qui’ adesso mi esalta. Ogni sera pianto la tenda in posti magnifici e il più delle volte cucino col la legna che da a tutto un sapore molto piuù romantico, meno romantiche sono le gelide mattine che mi vedono costretto a fondere il ghiaccio nelle mie bottiglie per poter prepararmi la colazione. I tibetani di queste terre sono prevalentemente contadini e allevatori di capre, nomadi come nel Tibet occidentale non c’e ne sono molti quindi l’unico contatto che ho avviene nei pochi villaggi lungo la strada, la maggior parte dei quali sono costretto a passare con l’oscurità’ perché zeppi di polizia cinese. Una mattina come le altre scendo per una piccola ma bellissima valle, comincio ad avvertire freddo sotto le mie due paia di guanti, anche il mio piumino sembra essere insufficiente. Sono in discesa ma pedalo lo stesso per muovermi in po’ e non sentire il freddo sempre più pungente. Entro nell’ombra delle montagne e sulla strada solo ghiaccio, scendo dalla bici e spingo con delicatezza. Qui’ il sole non arriva mai e si gela. Ho tutti i miei vestiti addosso ma non bastano, il freddo aumenta sempre più e sento il gorgoglio del ghiaccio che si sta formando nelle mie borracce. Non ho idea di quanti gradi possano esserci infondo a questa valle ma poche volte in vita mia ho patito così il freddo. Non posso pedalare ma devo uscire presto di qui’ se no le cose si mettono male, scivolo pericolosamente ad ogni passo ma per fortuna la bici sempre attutisce le mie cadute. Rialzarsi poi e’ un’impresa. Non vedo la fine di questa zona d’ombra, il sole e’ la su in alto sulla cime delle montagne, devo arrivare la in fretta che fra poco fa buio e io qui’ non ci posso stare se no ci rimango secco. Spingo, cado, mi rialzo e ancora cado; ad un certo punto mi viene pure da ridere per quanto mi sento impedito. Il fiume che sto’ seguendo trascina grandi zolle di ghiaccio che si incagliano sulle sponde, piano piano questo fenomeno aumenta e in un’ora la superficie dell’acqua e’ completamente congelata. Per fermare un fiume deve fare davvero freddo, impressionato spingo più forte e con le ultime luci del giorno riesco ad arrivate in un pianoro abbastanza ampio da montare il campo. Secondo i miei calcoli domani mattina il sole arriverà qui’ appena dopo l’alba. E’ inverno pieno a quanto sembra e devo salire ancora parecchi passi prima di scendere dall’altopiano, la cosa non mi preoccupa e continuo per la mia strada inconsapevole di cosa mi aspetta. Pedalo dalla mattina alla sera col piumino addosso e due paia di guanti ma tutto sommato proseguo ad un buon ritmo, alcuni passi sono tenaci ma la strada e’ in buone condizioni e da giorni no incontro ghiaccio. Dopo una lunghissima giornata sui pedali arrivo nella notte nel villaggio di Wanda e eludo il checkpoint con facilita’ passando per il retro di alcune capanne, una volta dentro cerco un posto caldo da dormire ma devo prima registrarmi alla polizia se no nessuno mi può ospitare. Non se ne parla nemmeno e opto per accamparmi fuori dal villaggio come il mio solito. Prima pero’ mangio un boccone e immancabilmente il cinese ai fornelli mi frega alla grande coi soldi e appena cerco di protestare mi minaccia di chiamare la polizia. Incazzato nero non ho scelta, pago e me ne vado il più’ in fretta possibile da qui’. Alle porte del paese pero’ due dolcissime ragazze mi offrono di dormire nel loro spartano hotel. Accetto non con pochi dubbi ma la camera e’ pulita e io sono stanco morto, lascio tutta la mia roba sulla bici che nascondo accuratamente dietro il caseggiato e svengo vestito. Mi svegliano grida e colpi sulla porta, merda e’ la polizia…l’incubo si e’ avverato. Non muovo un capello, trattengo il respiro. Uno parla in inglese, sono del PSB. Mi invitano ad uscire e sanno chi sono e bla bla bla. Tre secondi e decido di saltare dalla finestra, magari vogliono solo registrarmi ma stanno quasi buttando giù’ la porta e in più sono le tre di mattina, dubito che vogliano solo chiedermi come sto’. Butto le quattro cose che ho dal primo piano e salto sul terrapieno difronte al muro della mia stanza. La bici e’ qui’ sotto ma per svignarmela devo arrivare alla strada e non mi sembra facile. Spingo lungo il retro del piccolo hotel, vedo la macchina della polizia nel cortile e non c’e’ nessuno dentro. Posso aspettare qua’ nascosto fin che non se ne vanno ma se magari vogliono dare un’occhiata in giro? Via! salto su e pedalo piano piano fino alla strada, mi tengo coperto dall’angolo della albergo e per fortuna una curva mi aiuta a defilarmi. Salvo! e allora spingo con tutte le energie che ho in corpo, via, lontano lontano. Oramai farà giorno in poche ore, la luna mi mostrala strada, non mi fermo e pedalo nella notte tanto ci sono abituato.

Tibet

SENZA UN ATTIMO DI RESPIRO

5/12/2007

Ad ogni alba sembra fare sempre più’ freddo, oramai la tenda non si scongela neanche col sole quindi la piego come fosse di cartone e in qualche modo la carico sulla bici. Le bottiglie ho cominciato a metterle sotto il sacco a pelo per non fare congelare l’acqua ma e’ inutile e tutte le mattine granita o mojito per colazione. Dai che manca poco e poi si va verso sud in cerca del caldo, più’ precisamente ho l’ultimo passo sopra i 5000m, dopo solo grandi dislivelli ma non dovrò’ più’ salire così’ in alto a congelarmi le ossa. Il sole non si vede da oramai una settimana, fa freddo ma la salita un po’ riscalda, salgo salgo e il tempo si fa più’ scuro. Sembra nevicare ma spero sia solo il vento che muove cristalli di ghiaccio dalle vette tutt’attorno a me. No, incomincia a nevicare di brutto. La strada in pochi minuti e’ tutta bianca e non vedo che a pochi metri dal mio naso. Mi manca una vita prima di valicare quest’ultimo passo, devo assolutamente farcela prima che la neve mi blocchi qui’. Tornare indietro non se ne parla, rischierei di non passare fino alla prossima primavera. Via si va! convinto ma stremato dalla fatica avanzo sempre pedalando in un equilibrio precario. Oramai ci sono dieci centimetri di neve sulla strada, le borse davanti incominciano a toccare, dopo un’ora mi e’ impossibile pedalare e scendo a spingere come un dannato. Sembro uno spartineve e non si va più’ avanti, smonto le sacche e le carico dietro per poter proseguire ma con un peso così sbilanciato la cosa e’ tutt’altro che semplice. Anche stavolta sono in ritardo spaventoso, fra poco farà buio. Non ho scelta, devo valicare il passo e scendere più’ che posso, se monto il campo da queste parti domani mi ritrovo con un metro di neve e sarebbe la fine del mio viaggio e dovrei abbandonare la mia bici. Spingo fino al limite del mio respiro, la quota e la fatica mi annebbiano la mente, forse sto’ facendo una cavolate ma vado su. Sbavo come un cane rabbioso ma non ho il tempo di chiudere le labbra dal bisogno d’ossigeno che hanno i miei polmoni. Vedo le bandiere di preghiera, le sento urlare squassate dal forte vento sulla vetta, rimonto le sacche davanti così che frenino la mia discesa e sorrido nel pensare che oltre tutto questo ho pure un freno soltanto, ovviamente quello davanti. Niente paura perché spingo ancora e con forza, la neve mi arriva alle ginocchia. E giù, ma e’ buio pesto e incomincia a fare davvero freddo. La neve non si placa ma devo mettermi in salvo se no torno a casa quando arriva il disgelo. Per ore scendo lentissimo dalla montagna, la neve sulla strada adesso e’ poca ma continua a scendere dal cielo, la luna ricopre di fluorescenza tutto attorno a me e contemplo l’immensità di questo spettacolo anche se frastornato dalla paura per la mia situazione. Saranno le dieci di sera, mi sento un po’ più’ tranquillo e mi guardo attorno per montare il campo. Miracolosamente vedo una capanna in rovina. Non c’e’ il tetto ne finestre pero’ la porta e’ chiusa col lucchetto, non busso e la butto giù’ con tutta l’adrenalina accumulata oggi. Recupero del legno dagli infissi rimasti senza vetri e dal pavimento marcio, con la benzina accendo un grande fuoco e mi sento definitivamente in salvo. Sento dei passi sulla neve, guardo fuori e ci sono quattro ragazzini tutti infreddoliti che vogliono entrare. Butto legna sul fuoco e ci sediamo attorno, hanno scarpette di tela fradice, ne guanti ne giacche pesanti. Provo a chiedere che diavolo ci fanno qua’ su. Il loro autobus e’ rimasto bloccato dalla neve infondo alla valle e loro stavano provando ad arrivare al prossimo villaggio a piedi. Tiro fuori tutto il cibo che ho e mangiamo tutti assieme, mi offrono tsampa già mischiata col burro ma l’impasto e’ congelato e impossibile da mangiare. Fondiamo neve per ore e beviamo del buon latte in polvere, caffè no se no poi non dormo. Mi carico il più spavaldo sulle spalle per arrivare sul poco tetto che ci copre per scardinare i travi portanti, ci serve legna perché si muore di freddo se il fuoco si spegne. Tutti e cinque avvinghiati in silenzio a vedere le alte fiamme, si sorride ma nient’altro. Che razza di situazione sto’ vivendo. Butto il sacco a pelo li vicino e cerco di dormire ma e’ un utopia. Questi ragazzini si mettono a fare un casino della madonna e distruggono tutto per fare lega da ardere. Niente, me la metto via, per stasera non si dorme e un po’ mi girano perché nonostante le mie imprecazioni in varie lingue non smettono di far cagnara. Sorge il sole e ne sono grato, mi preparo un po’ di latte e li mando a quel paese. Mi spiegano che se si addormentavano il fuoco si sarebbe spento e il gelo li avrebbe colti nel sonno. Li guardo sbalordito e mi rendo conto che hanno addosso solo quattro stracci mentre io piumino e sacco da -30. Mi sento il più grande idiota che vive su questo pianeta. Praticamente non hanno dormito per restare vivi. Allora colazione per tutti e adesso non mi rimane neanche un biscotto da mangiare ma e’ il minimo. Mi aiutano a mettere la bici sulla strada e riparto verso la valle. Non nevica più e non ho paura, monto in sella e pedalo ma mi parte la ruota davanti e cado, si fa per dire perché le sacche si appoggiano alla neve e la bici si ferma a 45 gradi. La cosa non mi sembra tanto pericolosa, anzi mi diverto un sacco. Ovviamente mi devo scordare di toccare il freno, sarebbe un suicidio annunciato; per ridurre la velocità vado a lato della strada così che le sacche urtino la neve più alta. Vedo un grosso camion che sale lentissimo, non so dove vuole arrivare, la su c’e’ più di un metro di neve. Comunque mi apre la discesa e il gioco e’ fatto, penso. Non riesco a rimanere in piedi sulle tracce lasciate dalle ruote, la neve schiacciata e’ diventata come ghiaccio e allora procedo con la vecchia maniera. Dopo ore arrivo a due case e un piccolo negozio. Ovviamente i biscotti che compero sono scaduti da anni ma non c’e’ di meglio. Prendo il mio portafoglio per pagare e il ragazzo dall’alta parte tira fuori dalla giacca il suo, toglie la foto della sua famiglia e me lo porge. Mi fa capire che il mio e’ tutto rotto e che mi regala il suo. Fame, freddo, solitudine e estrema fatica, tutto questo e’ stato ripagato ampiamente da questo gesto per me commovente, Questo e’ Tibet. Mi invita a scaldarmi nella sua capanna e mangio questi biscotti raffermi, asciugo i guanti e le mie scarpe ma sta’ iniziando a nevicare di nuovo. Devo ripartire verso il fondovalle se no non sono tranquillo, basta con la neve adesso ne ho abbastanza. Ancora si scende ma molto lentamente, ora c’e’ poca neve e se cado qui’ mi faccio male. La neve che scende si trasforma in pioggia mentre la strada diventa un torrente di pantano. E per finire “Stok!” rotto un’atro raggio della ruota dietro e ovviamente dalla parte del cambio. E allora spingo di nuovo sta bici che mi sta’ facendo impazire. Arrivo vers sera in un villaggio, trovo da dormire da un cinese tutto contento perché sa’ che mi spillerà un sacco di soldi ma non ho scelta. Devo asciugarmi e trovare un modo per continuare il mio viaggio verso il confine.

Tibet

COME IL CACCIATORE DEL BUFALO PURPUREO

12/12/2007

In questo fradicio villaggio non c’e’ corrente elettrica e fa freddo, il pavimento della mia stanzetta senza finestre e’ in terra battuta che per l’occasione e’ cremoso pantano. Recupero due candele e prendo una decisione: per continuare il mio viaggio devo invertire i cerchioni mettendo quello ancora integro dietro così’ da non distruggere totalmente quello rotto che forse riesco a salvare. Faccio decine di foto per ricordarmi come vanno montati i raggi e con pazienza li smonto uno ad uno. Il cerchione rotto lo piego con le mari, ha la consistenza di un hula hop e lungo la grossa crepa scaglie di alluminio si staccano. Sinceramente lo lancerei infondo la valle ma in qualche modo devo rimontarlo. Un lavoro infinito con mille incertezze ma alla fine le ruote sembrano assomigliare alle originali, tirare i raggi poi…a caso non avendo idea della giusta tensione da dargli. Quella dietro gira al millimetro mentre davanti sembra quella dei cartoni animati della Disney ma funziona. Ovviamente il freno non lo posso usare ma ora ho quello dietro e di sicuro le cose miglioreranno. Passo la notte in bianco per le lunghe riparazioni, la mattina e’ grigia di una bassa foschia pesante, piove leggermente e la strada e’ una lingua di pantano rossastro. Inizio la salita delicatamente, quasi avessi paura di far male alla bici. Ogni minuto che passo sui pedali e’ un piccolo miracolo, le ruote girano lente ma non ci sono problemi. Forse ho indovinato la giusta tensione dei raggi e il giusto angolo, forse sono davvero incredibilmente fortunato. Su per ore fino ad incontrare di nuovo la neve poi giù’ per un’altra vallata di pini, sembra di essere a casa da quanto l’ambiente mi pare famigliare. La discesa non e’ molto impegnativa e in poche ore arrivo nel fondovalle, e’ ancora il Mekong questo grosso corso d’acqua; ma quante volte dovrò’ ancora passarlo prima di lasciarmelo alle spalle? Sinceramente non ne ho idea ma qualcosa mi dice che ci rivedremo ancora. La mattina mi sveglia un bel sole caldo, la strada e’ decisamente migliore e di nuovo salgo. La pista rossa si arrampica con decine di tornanti e colora di ocra tutta la montagna, il verde intenso dei bassi cespugli e ancora la bianca neve sulla cima. Le bandiere cinesi sventolano su ogni casa tibetana (ovviamente una imposizione di Pechino) ma sono numerose quello messe alla rovescia in segno di sottile tacita protesta mascherata da una finta ignoranza. Arrivo per l’ennesima volta appena prima del tramonto sul passo, di nuovo fa un freddo della madonna e mi sembra buona cosa scendere di qua’ in tempo zero. Ahh, grazie Luna! Vedo decentemente la strada e mi sento nelle condizioni di arrivare fino a Markam, l’ultimo grosso checkpoint prima del confine. Da queste parti e’ piovuto di brutto e la “pista” che sto’ seguendo e’ impraticabile. Spingo nella notte su cinque centimetri di pantano,sono fradicio e sporco da fare schifo…vedo pero’ le luci della città’ ed e’ fatta anche per oggi. Cerco un posto asciutto per montare il campo e svengo stremato dalla fatica. Un’altra mattina gelida, il fango sulla bici si e’ ghiacciato e sembra cemento. Dovrei staccarlo a martellate ma sul cambio e freni non posso usare tale impeto. Fondo della neve e con l’acqua calda scongelo la bici, tutto gira. Sarebbe buona cosa superare questa città’ nelle tenebre ma ho riflettuto sui rischi che correrei e sopratutto so’ che pullula di cani tra i quali quelli della polizia addestrati a mordere i ciclisti. Appena smontato il campo rimetto le ruote in ammollo sula strada, sta’ facendo giorno e vedo chiaramente in lontananza le porte della città’. Stavolta non sono invisibile grazie alla notte quindi dovrò’ stare molto più’ attento e silenzioso. I primi cani si fanno avanti sembrerebbe per curiosità’ ma non posso rischiare, scendo dalla bici e li caccio con una fitta sassaiola, nemmeno un guaito. Le prime sbarre le passo con facilita’, sembrano ancora dormire tutti. Poi pero’ c’e’ ne sono altre e vedo un po’ di traffico di camion, li non dorme nessuno. Mi tengo sulla sinistra semi nascosto dalla colonna di veicoli fermi per i controlli. Quando il primo parte lo seguo nella sua ombra e filo via come una scheggia. Sono fuori dall’abitato ma non posso credere che questa sia la strada principale per raggiungere lo Yunnan, e’ tutta buche e sassi…ovviamente fango ovunque. Mi trovo a pedalare in un cantiere di lavori interrotti dalle piogge, passerelle per guadare improvvisi torrenti e camion incagliati in qualche profonda pozza di pantano….in più’ piove. E’ la tipologia della terra che rende il tutto un’odissea, e’ simile ad argilla e l’acqua non filtra. Si formano piccole piscine dalla profondità’ occulta e lo strato di melma sulla strada e’ di almeno cinque centimetri. Pedalare neanche a pensarci e spingere sembra una delle sette fatiche di Ercole, accumuli di terra mi bloccano le ruote e spesso mi vedo costretto a trascinare la bici di traverso. Stamattina cercavo di preservarmi all’asciutto ma sprofondo in pozzanghere fino a sotto il ginocchio. Niente, non riesco ad andare avanti e lo sconforto torna a farmi visita. Ma il brutto non doveva essere già’ passato, ma come’ che mi trovo di nuovo nei casini? Ma le decisioni ,quando si vive in queste situazioni, sono davvero semplici da prendere perché’ e’ sempre e solo una: andare avanti. E allora su di nuovo in salita, i camion che incontro hanno le catene e non per la neve ma per districarsi meglio dal fango, poi caricano numerosi fogli di corteccia intrecciata che usano come antiscivolo quando slittano nelle pozzanghere. Un lago di melma mi sbarra la strada da parte a parte, ignoro di quanti centimetri e cerco di superarlo su un lato arrampicandomi sul ciglio e tenendomi in equilibrio sulla bici immersa fino ai pedali. Procedere e’ difficilissimo e la terra sotto i miei piedi comincia a cedere, zolle di terra cadono lentamente in acqua e sotterrano le ruote. Tiro ma la bici non mi segue. Se la mollo perdo l’equilibrio e finisco dentro, spingo con tutto quello che mi rimane…E si sono proprio io. Mi ricordo ,in un bagliore di lucidità’, il film “la storia infinita” quando il giovane Atreyu e il suo fedele cavallo Artax stanno attraversando la palude della tristezza, dove chi si fa sopraffare da quest’ultima rimane bloccato nel pantano e soccombe. Io no e tantomeno la mia bici, do strattoni fortissimi verso l’alto tanto da disincagliare le ruote dalla morsa del fango. Ora le borse riaffiorano e scendo in acqua, sprofondo rapidamente ma ho il tempo di sollevare la bici fino alla terraferma. Fatta! Che soddisfazione pero’, io sono Atreyu e la mia bici Artax; ancora insieme per questo lungo viaggio per salvare il mondo che non sa più’ sognare.

Tibet

FORSE IL MIO VIAGGIO FINISCE

21/12/2007

Non ci posso credere che non ho più posti di controllo dinanzi a me, l’euforia di questa libertà mi imprime nuova forza sui pedali. Il pantano continua a farla da padrone e sprofondo con tutte le scarpe mentre spingo la bici sugli ultimi passi himalayani. Ogni giorno spendo ore e ore per cercare un posto asciutto dove piantare la tenda ma non c’è un centimetro che faccia al caso mio. La strada tagli il ripidissimo versante della montagna ed è l’unico pezzo di terra calpestabile. Fradicio e sporco da farmi schifo bivacco in posti assurdi sotto un’incessante pioggia che mi inzuppa le ossa. In una mattina finalmente di sole, seguendo per l’ennesima volta il corso del Mekong, mi imbatto in un cartello per niente vistoso con scritto “Yunnan province”. Ho varcato i confini del Tibet, sono di nuovo in Cina. La mia impresa, il mio sogno è stato esaudito, ho compiuto ciò in cui credevo, inspiegabilmente non esulto, non scoppio in urla di gioia e lacrime come por mesi mi ero immaginato. Dentro di me la consapevolezza che l’avventura deve ancora terminare mi placa l’entusiasmo, i passi sono ancora alti e pieni di neve, la strada non migliorerà nelle prossime settimane, ho ancora mille chilometri e il mio famoso cerchione oramai ha i minuti contati. Convinto continuo verso sud. Salita e ancora salita, salgo nuovamente sopra le cime imbiancate e chiuse dentro la folle morsa dell’inverno. Ieri caldo ora si gela, faccio fatica a piantare i picchetti della tenda sul suolo ghiacciato, la notte anche nel mio riparo sono parecchi gradi sotto lo zero. Ancora mi trovo ad essere in spaventoso ritardo sulla tabella di marcia, la strada continua con stremanti sali e scendi. Pensavo di avere pedalato già nelle condizioni più assurde e su qualsiasi terreno, rimango sconcertato quando mi trovo davanti a centinaia di chilometri di strada tutta fatta di ciottoli. Disumano, sarà l’unico modo per salvaguardare queste rotte dalla neve e dal gelo ma pedalarci sopra sa da presa in giro. In salita si fa il doppio della fatica e in discesa si deve pedalare e nello stesso tempo controllare le vibrazioni che sembrano possano svitarti ogni bullone della bici. Spesso mi fermo e sono in equilibrio tra il mettermi a piangere e piegarmi dalle risate, quest’ultima ha però sempre vinto. Degli ottanta chilometri al giorno pianificati ne copro al massimo trenta. Ad un certo punto il ciottolato svanisce e appare l’asfalto. Nero nero, appena fatto, liscio e velocissimo. Mi sembra Natale e scorro via come un missile sul falsopiano che mi sta’ portando lentamente a valle. E chi riesce ad andare piano con una pista così invitante, la bici è ancora carica di cinquanta chili di attrezzature, io sfoggio ottanta e passa chili di zavorra ed ho solamente il freno dietro. All’udire un tremendo scoppio non mi sorprendo, la camera d’aria è esplosa per la temperatura che ha raggiunto il cerchione; un freno solo fa troppo attrito e la ruota diventa incandescente. Riparo il tutto e ritorno a pedalare stando attento a non commettere di nuovo lo stesso errore ma non è cosa facile. Nei tempi a seguire mi esploderanno decine di camera d’arie, addirittura anche due al giorno. Basta questo è troppo e voglio farla finita con quest’avventura, pedalo a marcia forzate spesso anche di notte per divorare strada e passi. Arrivo a Shangrilà, la prima città della Cina. Doccia calda e letto pulito, poi faccio l’incontro di alcuni viaggiatori e rivedere gente come me mi ricarica le batterie. Il nome leggendario è una trovata pubblicitaria cinese che ,deviando la storia, sostiene che la mitica città perduta sia questa ma non ve dubbio che invece si trovi in una valle in Pakistan. Adesso riprendo per la mia strada da ora mai più sterrata, non carico troppo cibo perché è pieno di piccoli villaggi e dell’acqua me ne faccio beffa visto che puri ruscelli scendono tutt’intorno a me. Per semplice fortuna mi imbatto in un gruppo di turisti che mi anticipano le sorprese che mi aspettano: deliziose città cinesi, ospitali minoranze etniche e perfino qualche occasione di assaporare un pò di vita notturna. Mi danno eccezionali informazioni su come e dove posso andare. Seguo una strada che non c’è nemmeno sulle mappe e arrivo nella città di Lijiang in una notte neanche tanto fredda. Sto cercando una Guest house ben specifica e dalle buie stradine una sorridente ragazza mi prende per mano e ,senza proferir parola, mi conduce proprio in questo luogo, magia forse? ma quando si viaggia questo è quotidiano. Sono ospite dei Naxi una minoranza etnica di queste regioni, è tardi ma mi rifocillano per bene e accanto a me c’è un vivace gruppo di viaggiatori. Mi unisco a loro e d’incanto mi ritrovo a confrontare idee e a cantar di sogni, che bello dopo tanto tempo ritornare a mettere in parole tutte le riflessioni fatte fino ad allora. Rinasco. L’ospitalità di questa gente lascia sconcertati, l’anziana mamma della famiglia si preoccupa che mangi abbastanza tutti i giorni e alla sera mi entra in camera per rimboccarmi le coperte, ha tutto un gusto di casa. Riparto dopo pochi giorni per Dali, un’antica cittadella dalle alte mura, un po’ turistica ma consapevole di un fascino ammaliatore. E’ la Cina dei film, coi maestri di Kong Fu che calciano l’aria alla luce del tramonto sopra gli immensi bastioni. No mi stancherei mai di passeggiare per gli antichi viottoli, sento un’energia d’armonia. Con stupore scopro di non essere l’unico e molti europei hanno scelto questo luogo per viverci. Mai avrei immaginato un posto così in Cina, nel paese dove tutto è proibito, dove la libertà è tutt’oggi un’utopia, quest’oasi di serenità sembra fuori luogo. In India potrebbe esistere Dali, ma qui e incredibile. Manca poco a Kunming la mia meta finale, però la strada è tremendamente trafficata e non ho vie alternative all’autostrada. In tre giorno copro i chilometri che mi mancano e ancora per caso trovo subito la Guest house che cercavo. E’ impossibile per me esultare ancora, devo ritornare ad Hong Kong e rimettere la bici su diversi aerei per tornare a casa. Voglio tornare per Natale e impiego giorni a trovare lo scatolone e farci stare la mia fedele bici. Aspettare il rientro è un’attesa che ha del romantico, ho fatto l’impossibile ma mi sembra niente paragonato alla gioia di vedere la mia famiglia e i miei amici tutti. E’ senza dubbio la fase del viaggio che preferisco in assoluto, il ritorno è lo scopo del mio andare. Prendo un’aereo, poi un’altro, faccio uno scalo e la mattina di natale sono in Italia. Fa freddo ma quello bello col sole che splende, alla vista dei miei genitori una reazione di autodifesa non ci fa incrociare gli sguardi bagnati dalle lacrime. Abbracci e via veloci verso casa. Seimila chilometri e mesi di totale isolamento, un’avventura inimmaginabile e dopo tutto questo non mi sembra mai di essere partito. In questo mondo che ho lasciato, il tempo ha scandito solo cinque mesi di lenta e sempre uguale vita, in questo stesso tempo per me ne ho vissute mille di vite. Scarico i bagagli nel cortile di casa mia, l’enorme pianta di cachi e carica ma senza foglie, è sempre stata un’immagine triste per me ma non ora, abbraccio mia nonna e corro nella mia stanza. Cado in ginocchio con le mani tra i capelli e urlo, urlo da far tremare gli specchi, adesso è fatta. Nulla più mi può capitare, ne neve ne ghiaccio ne la bici ora sono più miei problemi. Sono finalmente al sicuro. Poi rivedo gli amici più cari, coloro ai quali ho pensato nei momenti di sconforto…Mi sembra di destarmi da un sogno per riviverne un’altro.